Mancano ormai pochissimi giorni all’inizio di Expo 2015, il grande evento che, a detta del governo, dovrebbe “rilanciare” l’Italia nel mondo, sia da un punto di vista economico che culturale. In effetti, un’esposizione universale della durata di sei mesi e dedicata all’alimentazione sarebbe potuta essere un’occasione di rivalsa, soprattutto verso le politiche alimentari criminali odierne (produzioni intensive, ogm, ecc…), per un Paese che ha nel buon cibo una delle sue caratteristiche fondanti. Sarebbe potuta, ma non sarà. Questo perché l’obiettivo di quest’evento non risiede nella valorizzazione dei prodotti tipici e delle aziende locali, alimentata dal confronto con le tradizioni culinarie degli altri paesi, ma in un sincero elogio del sistema neo-liberale e dei suoi massimi artefici: le multinazionali.

L’ipocrisia di questa manifestazione la si constata semplicemente analizzando il suo portentoso slogan, Nutrire il Pianeta, energia per la Vita, in relazione ai suoi promotori, ovvero quei marchi multinazionali che avvelenano il Nord del mondo, attraverso lo sfruttamento sistematico del Sud, facendo della Vita una questione di profitto. Tra i maggiori sponsor, infatti, figurano aziende transnazionali sicuramente non esemplari da un punto di vista etico. San Pellegrino, di proprietà della Nestlé, con i suoi svariati milioni di bottigliette d’acqua fagociterà il consumo della plastica, altamente inquinante per il Pianeta. Un’acqua, è bene ricordare, che Peter Brabeck, presidente della Nestlé, considera non un diritto per tutti, ma una merce da quotare in borsa e che viene sfruttata intensivamente anche per produrre il prodotto omonimo di un’altra multinazionale promotrice dell’evento: la Coca-Cola. La multinazionale americana, al primo posto nel mondo nel settore delle bevande analcoliche, si è aggiunta recentemente con i suoi (almeno) sei milioni di euro di contributo ed un background invidiabile di soprusi verso le persone (si chieda ai sindacalisti colombiani) e la Terra (come l’abbassamento delle falde acquifere o il superamento dei livelli legali di cromo, cadmio e piombo nei terreni e nelle acque in India). In questo calderone, non poteva certo mancare il più illustre simbolo del sistema odierno: McDonald’s. Con il suo cibo spazzatura, maggior fonte di obesità in Occidente (mentre dall’altra parte del mondo i bambini muoiono denutriti), la catena più grande di fast food sarà presente e in grande spolvero, con un padiglione interamente dedicatole. L’apogeo della farsa lo ha raggiunto Oscar Farinetti, proprietario di Eataly e sostenitore di un’alimentazione slow food, quando qualche giorno fa ha accolto con felicità la partecipazione di quello che è il simbolo della velocità e dell’incuria alimentare per eccellenza.

Di certo i marchi non finiscono qui: la Coop con i suoi dodici milioni di investimento e il suo “supermercato del futuro” si è garantita il titolo di official food distribution premium partner; la Barilla stenderà il “Protocollo mondiale sul cibo”, mentre continuerà le sue attività redditizie ai danni dei lavoratori (in Costa D’Avorio, Ghana, Camerun, Sud Italia) e dell’ambiente (come la deforestazione in diverse parti del mondo per la produzione di olio di palma); la Ferrero, multata, tra le altre cose, per la pubblicità ingannevole che presentava il suo cavallo di battaglia, la Nutella, come sano, naturale e nutriente. Inoltre, a sostenere l’evento ci saranno due tra gli Stati, “stranamente” filo-atlantisti, che di più pensano a “nutrire se stessi, a scapito degli altri”: Israele, che a fronte delle sue grandi innovazioni tecnologiche, continua letteralmente a rubare le terre fertili ai palestinesi; la Turchia di Erdogan che con il progetto denominato Gap, tenterà di condannare alla siccità la Siria e l’Iraq, mediante la costruzione di svariate dighe per far convergere la maggior parte dell’acqua del fiume Tigri a casa propria.

Sia chiaro, Expo 2015 sta facendo parlare di sé per numerosi altri motivi (dagli appalti truccati, alla cementificazione selvaggia, fino all’esercito di lavoratori che non verrà retribuito se non con dei buoni pasto e un’esperienza da aggiungere al proprio curriculum), ma è opportuno ritenere l’egemonia dei marchi multinazionali al suo interno, il motivo maggiore di interesse e di critica, in quanto specchio della società capitalistica di stampo neo-liberale, dove i popoli e gli Stati sono declassati al ruolo di osservatori passivi e consumatori costanti di prodotti transnazionali, creati da pochissime aziende, ma diffusi in tutto il mondo. Questo processo di delocalizzazione, oltre ad impoverire le popolazioni, è responsabile di veri e propri crimini verso la Natura, come è stato brevemente illustrato dai, seppur pochi per ragioni di spazio, esempi precedenti. L’Expo sarebbe potuta essere veramente una grande occasione per “rilanciare” l’Italia, se con questo termine si intende la rivalutazione di modelli economici differenti rispetto a quello neo-liberale, l’invito alla riduzione dei consumi in un momento storico in cui si consuma troppo e male, un impegno alla rilocalizzazione affinché il cibo sia legato alla politica e alla cultura del territorio. Insomma, sarebbe dovuto essere, un evento volto non alla crescita (illimitata in un Pianeta finito), ma alla decrescita (secondo il linguaggio di Serge Latouche), presidiato non da marchi transnazionali, ma da contadini provenienti da tutto il mondo, in vista non del profitto, ma del Bene comune. Così sembra essere solamente l’ennesima vetrina per le multinazionali. Come se ne avessero bisogno.