di Luigi Iannone

Umberto Eco è una icona. Non più un semiologo famoso, un romanziere da best seller o un fine giornalista. Ormai è anche un termine di paragone. Quando, infatti, il nostro interlocutore si inerpica lungo sentieri dialettici estremamente accidentali, non di rado siamo costretti a metterlo sarcasticamente in contrapposizione al professore bolognese (“Ma chi ti credi di essere, Umberto Eco?”).
In linea di massima, non si cade mai nell’errore perché cultura enciclopedica, ironia e acume non gli fanno difetto. E in tempi di insulsa grossolanità non è poca cosa. Peraltro, il solo fatto di incamerare con un certa periodicità lauree honoris causa, ce lo fa bonariamente detestare proprio perché, per tanti, l’agognato traguardo giunge dopo anni di studio mentre, nel suo caso, basta che girovaghi per qualche capitale europea e gli piantano in mano l’ennesima pergamena.

Tuttavia, come capita spesso anche al più semplice ed innocuo degli esseri viventi, anche Eco può scivolare sulla classica buccia di banana nel momento in cui pur divagando da sempre su tutto lo scibile umano, confuta serietà e correttezza di una simile operazione. Lui è però un maestro in simili esercizi che per le innate qualità riesce ad ammantare con dotte citazioni e fantasiose metafore ma che indirettamente sconfessa in uno dei suoi ultimi articoli dove ribadisce che «giornali e tv sono pieni di scrittori, psicologi, filosofi interrogati sull’attualità. Ma gli intellettuali non hanno risposte su tutto». E indirizzandosi verso quei lettori che con insistenza chiedono di pronunciarsi su ogni singolo tema, il suo rimbrotto diventa ancor più chiaro: «L’intellettuale non è un oracolo». Questi, spiega Eco, può pronunciarsi sul futuro (così come fece Orwell col suo 1984) o sul passato, ma non può sul presente. Ed infatti la definisce una curiosa pretesa feticistica, proprio perché «nel momento presente l’opinione dell’intellettuale vale tanto quella di qualsiasi altro individuo».
Eppure è proprio qui che si svela il corto circuito. Menti così lucide che sappiano leggere il futuro come quelle apparse sul suolo europeo all’inizio del Novecento non si intravedono in questo scorcio di Terzo millennio. E per quanto riguarda l’esegesi del presente…beh, caro professore, come Lei stesso ribadisce, sono sufficienti la tv o il sottosegretario di turno. E quindi neanche nei confronti di quelli siete una spanna sopra gli altri.

È da tempo che i cosiddetti intellettuali saturano ogni spazio della discussione pubblica e, solo adesso, Lei ne percepisce la insignificanza? Ma di questo eravamo consapevoli da tempo. Non siamo mica degli sprovveduti! Se pensiamo al campo economico, non c’è un solo economista che abbia azzeccato una previsione anche sul medio termine. Le loro conclusioni arrivano sempre dopo, a danno fatto.
Con la letteratura va ancora peggio. Siamo ai livelli minimi, visto che la qualità degli scrittori in vetta alle classifiche è direttamente proporzionale alla chiusura delle librerie. E così per i politologi cui vale il discorso fatto per gli economisti.
Il deficit, come Lei stesso ammette, non è allora nella pretesa di straordinaria capacità analitica sulle cose correnti perché è una dote che non potete più vantarvi di possedere. Ciò che invece manca è la figura classica dell’intellettuale. Per venire dalle sue parti, un Pasolini o un Gramsci. Coloro i quali indicavano percorsi; li preconizzavano. Mentre invece siamo di fronte ai cantori dell’ovvio; attaccati come spugne alla superficie delle questioni invece di indicare la via, prevedere scenari, leggere i processi attraverso analisi disancorate dalla convenzionalità.

Ormai l’intellettuale è solo una persona colta che non si schioda dall’ovvio e quando saltuariamente si focalizza sul futuro, sbaglia pure le previsioni.