Le lagne sulla scuola sono cosa vecchia. Rimane più spesso il tacito scetticismo di quei genitori che destinano i propri figli ad un istituto sulla base di attrazioni e comfort con cui quest’ultimo si sponsorizza sul mercato agli open days; e resta pure la disillusione di quel giovane italiano su tre che abbandona gli studi prima del diploma. Il fenomeno di dispersione scolastica, assieme ai dibattiti sull’efficacia di apprendimento e didattica, fa riferimento ad un modello di istruzione (sempre se di modello si può parlare) di tipo integrato più che assoluto. Accanto all’istruzione “canonica” pubblica o privata che sia, esiste infatti un’istruzione “personalizzata” che le affianca e che opera qualora si necessiti di un recupero o di una implementazione di conoscenze (si pensi alle ripetizioni per il primo caso, ai corsi di lingua straniera per il secondo). Che questo sistema produca un’istruzione per certi versi solida ma essenzialmente nozionistica e di fatto insufficiente a livello di competenze, è cosa già abbastanza discussa. Troppo poco invece sono tenute in considerazione  le reazioni a ciò -ma si badi, non quelle di piazza urlate ed effimere ma quelle poco visibili e permanenti.

Il passato ha in sé degli aspetti che il futuro nasconde, modifica, a volte cancella. Ma più spesso ricicla. E sotto il nome modernissimo e forestierissimo di homeschooling, è curioso pensare che ad essere rottamato è il precettore di leopardiana memoria. Poco c’entra l’élitarismo con la rinnovata ricerca di una istruzione personalizzata e slegata, a quanto sembra, da moventi e finalità classiste. Ad aver oltrepassato la soglia dello snobbismo sono quelli che fanno proprio il sistema di istruzione “integrativo” sopra citato e lo adottano come contro-sistema educativo in opposizione al baluardo didattico della scuola, malconcio ed inemendabile.

La sfiducia verso sistemi di protesta ed emendabilità del sistema (scioperi, manifestazioni, riforme) ha portato singoli genitori a fare maestri dei propri figli sé stessi o insegnanti assoldati ad hoc; gli homeschoolers  non sono iscritti a nessuna scuola e non ancora censiti dal Miur. I promotori di questa istruzione alternativa sono per una didattica libera ed indipendente dalla “scuola dell’imposizione”, una scuola che soggiace agli stessi imperativi categorici che regnano nella società della media borghesia postmoderna: libertarismo, libero consumo, adesione al pensiero unico, scarso interesse per creatività e realizzazione personale. Questa è forse oggi l’unica alternativa, tangibile e concreta, alla politica delle riforme inefficaci e alle proteste lampo, e riprende inoltre quelle forme di “educazione libertaria” teorizzate a inizio ‘900 dal pedagogista scozzese Neill -basate sostanzialmente sulla libera espressione delle proprie capacità ed aspirazioni in un contesto chiuso regolato da norme di democrazia partecipata; senza obbligo di frequenza e restrizioni, il programma didattico viene direttamente concordato tra studenti ed insegnanti. Un’alternativa coraggiosa forse, perché posta in essere anche se in continua ridefinizione e soprattutto perché focalizzata sull’importanza dell’apporto familiare, in contrasto con una società che il concetto di famiglia lo sta progressivamente superando. Un’alternativa però anche un po’ vigliacca perché egoista e rinunciataria: egoista perché, mira alla tutela esclusiva del benessere degli homeschoolers; rinunciataria perché pur proponendosi come una sorta di progetto di trasformazione sociale, costituisce di fatto una rinuncia all’opposizione dall’interno del sistema, alla privazione dello stesso di un potenziale gruppo di delegittimatori.

Quanto è giusto far passare la rivoluzione o il cambiamento per il “faccio da me”, rifiutando pure metodi pedagogici alternativi e testati (si pensi alle scuole di metodo montessoriano o steineriano, ad esempio)? Entro certi limiti, pur apprezzandone gli intenti, si fa fatica a capire quanto l’istruzione nucleare faccia bene al figlio e quanto invece sia “velleità terapeutica” utile al genitore che, mentre assume il ruolo di maestro, delegittima oltretutto il più grande merito che alla scuola resta, quello di costituire un forte connettore sociale. Il  fascino del modello del self-made man, l’arroganza della ragione di chi si crede autosufficiente in un autarchismo asociale, l’ottica a breve termine dell’ hic et nunc con cui si porta avanti la homeschooling, non sono anch’essi portati di un’ideologia consumistica, individualistica e malsana? Sanare un contesto socio-culturale sottraendosi da esso non funziona, motivo in più che in quello stesso contesto dovrà cercare un impiego anche l’homeschooler. Stando così le cose, nemmeno l’homeschooling riesce a sottrarsi alle grinfie del sistema e, nel non comprendere i propri limiti, rischia di apparire una mera setta pedagogica, dallo spirito rivoluzionario idealista, velleitario e un po’ precario.