La città è fatta di zone di luce e zone d’ombra. Soprattutto zone d’ombra. E sono proprio queste ultime ad essere violate nel loro ecosistema fatto di degrado e umanità: un mondo lontano dalle immagini di cartolina della città, un altrove spesso inaccessibile ai più ed inconoscibile nelle sue leggi e nelle sue verità a chi non lo vive. Un po’ per il naturale processo d’estensione dei confini urbani, ciò che prima era suburbium ora è perfettamente integrato nel circuito cittadino; un po’ perché anche quelle porzioni di città “terra di nessuno” che resistono numerose ai margini del turistico (centro), del gentrificato (semicentro) e del residenziale, tendono a voler essere sviscerate nei loro segreti. Da qualche tempo sta infatti acquisendo solidità un rinnovato interesse per le periferie romane. Certo, gli studi antropologici c’entrano poco. L’interesse moderno è postpasoliniano, come del resto lo è quel mondo “marginale” che il suddetto interesse vuole indagare. Una sufficiente quantità di foto, video, inchieste (televisive e non) si prefigge lo scopo di mostrare al mondo l’estetica e la fenomenologia di una Roma di cemento figlia di abusivismo e palazzinari, del suo popolo a sé, definibile quasi come un nuovo e multietnico terzo stato. Allora si va in quartieri popolari, si gira, si cercano storie, si raccoglie materiale, lo si trasforma in “prodotto d’arte”, lo si divulga. Si crede così di rendere giustizia a un mondo che spesso con la legalità ha poco a che fare, di porre sotto l’attenzione pubblica problematiche sociali trascurate e una fetta di città consumata dal degrado.

In realtà se ci si sofferma più di qualche istante sui numerosi e recenti reportage diffusi nel web, a primo impatto sembra di aver di fronte qualcosa di nuovo. Poi però, tirando le somme, non si fa troppa fatica ad accorgersi di come ci si trovi di fronte a prodotti che sono una risposta stereotipa e meccanica ad un input trendy, ad un tema in voga: l’umanità e il degrado. Ecco dunque che si creano prodotti-risposta all’esigenza binaria di piacere (rispecchiare cioè le aspettative del pubblico, dunque del mercato) e indignare (per presentarsi engagé) sorprendendo sì, ma senza sconvolgere. Si deve rimanere all’interno del noto e dell’atteso, caratteri che riducono la periferia alla stregua di quello che per il turista è l’esotico: un mero scenario, un luogo di transito senz’anima. Basta strappare dall’ombra un altro fazzoletto di terra, scoprire un bastione di cemento inesplorato, accorgersi di come anche lì dentro ci sia vita. Ecco l’aiuto, l’indagine, la redenzione: donare fugace notorietà.

A differenza dei cosiddetti “non luoghi”, che occupano e definiscono uno spazio a livello fisico (benzinai, autogrill, centri commerciali), i quartieri ai margini della frontiera cittadina una storia da raccontare cel’hanno e di certo non è quella (o per lo meno, non solo quella) della vulgata spaccio-ignoranza-murales (e un’umanità ai margini eppure slegata da questo trittico l’ha mostrata già Il sacro Gra). Eppure ci si accontenta della loro estetica fatiscente (quella della gente come quella dei palazzi),  barocca di disgrazie (sulla causa delle quali non si indaga mai davvero) da contrapporre alla bellezza della Roma eterna, immobile, esplorata già in ogni angolo, mappata già in ogni sorta di guida, opera, documentario, film. Sdoganato il bello, la creatività isterica ha bisogno di nuovi soggetti da immortalare, di nuovi canoni da esplorare, di nuovi luoghi da mappare, consacrandoli alla propria “arte”. Si va in gita al confine per trovarvi qualcosa di nuovo, di inedito, di diversamente bello da mostrare, per stupirsi della quotidianità della vita nel vicino altrove con lo stesso stupore di un bambino allo zoo.

Più che parlare di indagine e di ricerca, meglio parlare allora di un interesse, di una curiosità peraltro funzionale a soddisfare velleità creativo-filantropiche di certuni. Un reportage sui giovani di borgata, uno sull’abusivismo edilizio, un romanzo ambientato in periferia, un fotografo che immortala il disagio sono sparuti ed incostanti segnali di cognizione dell’esistenza di una città altra. Possono essi riferirsi a un genuino interesse, scaturito dall’urgenza di comprendere le ragioni e di un determinato habitat e dello strato sociale che lo popola (uno strato che di fatto è subsocietario, vastissimo ed in espansione)? Forse sì, per certi versi. O forse no, i due mondi (città e suburbio) non si parleranno mai e ogni volta che Roma volgerà la testa alle periferie le considererà sempre come strascico della sua grandezza.