Poche cose sono in grado di essere più banali delle classifiche che su giornali ed internet coronano i bestsellers della settimana. All’insegna di alcuna erudizione e di alcun gusto, le famigerate “top 10” fortificano la concezione della produzione libraria come maratona commerciale e spostano l’attenzione dalla qualità del contenuto al successo del format. Nessuna sopresa dunque nel constatare che ciò che più si vende corrisponde a manualistica spicciola (da quella culinaria a quella erotica), biografie di vip (ormai chiunque si reputa abbastanza interessante da interessare), pseudo-narrativa pop-poetico sentimentale. Al di là della loro scarsa attendibilità in quanto indicatori di qualità e pregio artistico, tali classifiche sono tuttavia da tenere d’occhio per un valore che chiameremo antropologico, ovvero utilizzabili per cercar di capire dove l’uomo tende, e non dove l’arte va a morire. Senza contare che le variazioni di vendita non sono sempre imputabili a fattori di gusto personale, a moventi d’acquisto soggettivi ma che dipendono talvolta più o meno indirettamente da fattori esterni ed estranei tanto al mercato quanto al lettore.

A seguito dei tragici attentati parigini del gennaio e del novembre 2015, sembra che, statistiche alla mano, determinati “classici” della letteratura tornino in auge perché in qualche modo legati per contenuto, messaggio o funzione alla realtà contingente. Oltre alla riscoperta e alla propulsione di Sottomissione di Houellebecq e al rilancio urlato ed esasperato delle teorie fallaciane, si è assistito, lo scorso gennaio, al boom di vendite del Trattato sulla tolleranza di Voltaire. Il perché lo si capisce già dal titolo, dietro il quale si cela un deismo che adotta come motto della propria battaglia pacifista “écrasez l’infâme” (schiacciate l’infame), laddove l’infame è il fanatismo religioso delle religioni confessionali, contrapposte alla giustizia della religione naturale senza dogmi, che nel bene e nel male trova gli unici criteri di giudizio e di remunerazione. In tempi più recenti, troviamo invece nella top 100 dei libri venduti su Amazon  Festa Mobile di Hemingway (Paris est une fête, il titolo dell’edizione francese) che dalle 10 copie settimanali vendute prima dell’attentato del 13 novembre, è passato alle 500, tanto da necessitare ulteriore ristampa. Pubblicato postumo nel 1964, autobiografico, estremamente intriso di vita e di vero, questo romanzo considerato da sempre come “marginale” rispetto al resto della produzione di Hemingway è tornato alla ribalta. La Parigi degli anni ’20 è protagonista ed insieme sfondo delle peregrinazioni di un Hemingway agli albori della sua carriera di scrittore, quando “la fame era un’ottima disciplina”, le amicizie, quelle di Fitzgerald e gli altri artisti del medesimo periodo parigino, e l’apprendistato letterario sotto Gertrude Stein.

“Si finiva sempre per tornarci, a Parigi, chiunque fossimo, comunque essa fosse cambiata o quali che fossero le difficoltà, o la facilità con la quale si poteva raggiungerla. Parigi ne valeva sempre la pena e qualsiasi dono tu le portassi ne ricevevi qualcosa in cambio. Ma questa era la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici.” 

Se da una parte il romanzo è tornato in auge come tributo ad una Parigi al culmine di una felice temperie culturale, come ricordo e monito di ciò che Parigi continua ad essere, dall’altra parte il quotidiano francese Libération pone alle radici dell’interesse per Festa Mobile l’intervista della tv francese BFM alla 77enne Danielle, virale sui social network:  “C’est très important d’apporter des fleurs à nos morts, c’est très important de voir plusieurs fois le livre de Ernest Hemingway “Paris est une fête” parce que nous sommes une civilisation très ancienne et nous porterons au plus haut nos valeurs et nous fraterniserons avec cinq millions de musulmans qui exercent leur religion librement et gentiment…et nous nous battrons contre les 10 000 barbares qui tuent soit disant au nom d’Allah.” (“E molto importante portare fiori ai nostri morti, è molto importante leggere più volte il libro di Ernest Hemingway, Festa Mobile, perchè siamo una civiltà molto antica e difenderemo nel miglior modo possible i nostri valori. Fraternizzeremo coi cinque milioni di musulmani che esercitano la loro religione liberamente e con moderazione e ci batteremo contro i diecimila barbari che uccidono, a loro dire, in nome di Allah”).

Dipendente o meno dall’appello della signora, la riscoperta del romanzo illustra chiaramente come la lineare banalità dei flussi di vendita ordinari (per una buona percentuale costituiti da articoli anti-letterari) sia interrotta dall’eccezionale ed episodica riscoperta di “classici”, in arbitraria e varia connessione con l’attualità. Qual è dunque la funzione del libro e della lettura nella società? Se è difficile poter rispondere una volta e per tutte, si può almeno partire col riflettere su come il libro da cinquant’anni ad oggi sia radicalmente cambiato nella sua fruizione all’interno della società.  A seguito del boom dell’alfabetizzazione (tra secondo dopoguerra e anni ’60) il libro è uno strumento cognitivo, mezzo di informazione che da privilegio di pochi inizia a divenire borghese, ad entrare a far parte di quella istruzione media fatta di “grandi classici” che assieme alle nozioni scolastiche contribuivano a formare un’idea grossolana e lineare della storia, letteraria e non, che era una sorta di summa di ciò che era prima. Accanto alla narrativa di intrattenimento dunque, la lettura si inseriva nell’attitudine a dover leggere il presente alla luce di una tradizione continua, secondo una concezione elementare e che pure ricorda quella di Braudel. Contro la storia evenemenziale ed un racconto di tipo cronachistico, c’è la ricostruzione delle linee direttrici che regolano l’articolarsi dell’intera evoluzione della civiltà. In sintesi, una visione secondo la quale capire è prevedere.

Di tutto questo oggi cosa resta? La funzione del libro è del tutto cambiata. Fuori dall’età scolare, i libri vengono sempre più privati del loro contesto, della loro funzione costruttiva a livello di scenario storico-culturale e forse già a partire dagli inizi del nuovo millennio, sono divenuti prodotti di consumo autoreferenziale. Questo scenario si scuote solo quando anche l’attualità è scossa, e quando ci si rende conto dell’insufficienza con la quale ci si approccia al mondo che ci circonda. Ecco allora che si sente il bisogno di ricorrere alla letteratura intesa come poetica, come consolazione, come finalmente utile nella sua attualizzazione utilitaristica.
Che ormai solo a sprazzi, e nei momenti di caduta, siamo capaci delle più lucide altezze di pensiero? Che forse anche il rilancio dei classici, sporadico ed incostante, non sia in realtà anch’esso, nient’altro che una moda? Forse non è utile osservare le tendenze, ragionarci su, far troppo affidamento su quell’animo sensibile sopito in ogni mediocre. Forse dall’utilità della lettura al leggere utilitaristicamente ci si è arrivati di necessità, e di necessità ci si accorgerà di quanto questo sia fallibile come rimedio.