Quando i posteri si chiederanno quali sono stati i caratteri distintivi della nostra epoca, come noi li incaselliamo per il Medioevo e il Rinascimento, qualcuno proporrà di definirla l’epoca del Liberalismo e della Rivoluzione Francese, che si impose nel mondo al grido del noto slogan Liberté, Egalité, Fraternité. Altri allargheranno la visuale e porranno, con approccio realista, gli Stati Uniti d’America al centro della scena con il resto delle nazioni a contraddirli o a farsene alleati. Altri ancora chiameranno gli occidentali “americanisti”, come noi chiamiamo “ellenisti” i poeti Callimaco e Apollonio Rodio, che di origine erano nordafricani. Ma chissà se l’autentica cifra della nostra epoca, quella che più prosaicamente ne tratteggia il volto, non sia da scovare tanto nella storia e nella politica, quanto nella morale: che sia, in definitiva, la sua indifferenza morale. 

Moraleggiare oggi è un verbo scomodo grossomodo quanto in passato era necessario. Anche gli epicurei, modernamente identificati come gli antichi padri dei libertini, sono stati in realtà degli inguaribili moralisti. Lucrezio descrive Epicuro, nel suo De Rerum Natura, intento a liberare l’uomo dalle catene delle credenze passate, offrendogli in riscatto la sua filosofia dei fatti. Ma la sua filosofia dei fatti è una filosofia morale. L’epicureo che osserva il mondo oppresso dagli affanni dal placido lido del sapiens, lo osserva compiaciuto, perché è un moralista. Non parliamo poi di platonici, aristotelici, stoici, scolastici, scettici, tomisti: tutti moralisti.

Oggi, invece, se da una parte si ritiene fondamentale stimolare il “dialogo” sulla riforma di una certa imposta o sulla abrogazione di un certo istituto giuridico, dall’altra si considera anacronistico, o peggio degradante, interrogarsi su cosa sia la morale. Si preferisce dibattere su una certa idea di IMU piuttosto che su una certa idea di calvinismo. E così, si finisce a non capire quanto il calvinismo c’entri con l’IMU e quanto l’IMU rifletta una determinata idea del calvinismo. 
Del resto anche il peso che si dà di questi tempi all’attualità conferma a pieno tale orientamento. La spiegazione della realtà fornita dai giornali è statica, orizzontale. Si legge: “Renzi ha posto la fiducia per serrare i ranghi della maggioranza”. “Obama non vuole intervenire in Siria perché ritiene sia poco opportuno”. “Merkel vuole accogliere i profughi per rimettere al centro dell’agenda europea la politica sui migranti”. Ma nessuno si arrischia sul pendio scivoloso di cosa si intenda veramente oggi per maggioranza, opportunità e accoglienza. Le cause prime dei fenomeni non le conosciamo. E il buffo è che ne andiamo fieri, perché altrimenti non saremmo più indifferenti. 
Platone riteneva che il mondo fosse tutto permeato, tutto plasmato da alcune idee prime, e conoscere le idee prime sarebbe equivalso a conoscere il mondo. Tra queste idee prime figurava anche il bene morale. Il mondo di Platone, e degli antichi, è un enorme grappolo d’uva, o se si vuole una piramide. Le notizie di attualità sui giornali sono gli acini d’uva di quel grappolo, la base della piramide. Ma gli acini d’uva sono fra loro distinti, singolarmente inspiegabili, e inoltre numerosissimi. Oggi potremmo dire che gli acini d’uva ci bombardano, da quanti ce ne sono. Tuttavia noi non abbiamo alcun interesse nel porli in relazione, noi non percepiamo alcun istinto primigenio di risalire verticalmente su per il grappolo e affermare: “su questi germogli è appeso il mondo!”. Noi non siamo abbastanza tracotanti, forse perché non siamo abbastanza uomini. 
Così da quarant’anni a questa parte abbiamo deciso che il mondo non è un grappolo, e che una filosofia morale non serve: sposiamo il puro soggettivismo. Riteniamo con superbia che l’uomo possa vivere nell’ambiente in cui vive senza una spiegazione unitaria dei fenomeni che lo abitano. Di conseguenza – per non cadere in contraddizione ogni volta che agiamo, per ottenere una giustificazione sempre pronta in difesa di ciò che facciamo – eleviamo l’indifferenza a valore morale. Il che significa staccare il grappolo del mondo dai germogli sui quali è appeso, e spostarlo a piacimento di vite in vite, di traliccio in traliccio, di filosofia morale in filosofia morale, sparpagliandone per ogni dove gli acini nella speranza di essergli superiori. Ma non gli siamo superiori. E non gli siamo neppure indifferenti. Anche distruggendo il grappolo, anche affermando che la realtà è un insieme disorganico di impressioni chimeriche impossibili da comprendere unitariamente, stiamo dando una ricostruzione precisa – e unitaria – della realtà. Stiamo dicendo che la realtà è inconoscibile. 
E questa non è una conclusione neutrale, perché si porta dietro con sé un mucchio di implicazioni etiche profonde. L’indifferenza morale non è che un miraggio, una furba declinazione del moralismo che si esime dalla responsabilità di venir giudicata per i suoi atti. 

Per afferrare il discorso con maggior concretezza, basta osservare come si è trasformata la società civile italiana nel giro di un cinquantennio. Per anni la morale borghese, con tutti i suoi limiti, ha costituito un freno al consumismo in crescita e alle derive libertarie promosse oltreoceano, proprio perché era unitaria. Ora invece viviamo in un’epoca che non ha cambiato tanto il suo sistema produttivo, quanto il suo approccio al fenomeno morale: prima presente nella riflessione e nella pratica, oggi bandito ed espulso. Ma solo falsamente espulso: perché una nuova morale già esiste, solo fondata sul puro soggettivismo.
Chissà se ai posteri balzerà all’occhio questo tratto della contemporaneità. Di sicuro, riferendosi a noi, noteranno un fatto: quegli antichi popoli, con le loro lingue tronfie di parole astratte quali uguaglianza e libertà, non avevano capito niente dell’uguaglianza e della libertà. Perché non riuscivano a dar loro una sostanza filosofica, a inquadrarle in una certa visione del cosmo. E non avendo una certa visione del cosmo, le utilizzavano come strumenti di potere, come mezzo di dominazione dei popoli, come edulcorante dei rapporti di forza. Libertà e uguaglianza sono parole più belle, più intense, più grandiose e affabili di morale e politica! E questo loro afflato mistico e sentimentale sembrerebbe oggi prevalere sul loro acre e complesso significato.