“Disastro, immagini incredibili. Molti morti!” è un ideal tipo di titolo che invasa sui social da diversi mesi ormai. Sono le cosiddette soft news, o meglio una versione abusata di soft news, spesso usate per riempire i buchi di tg e redazioni. Titoli ad effetto che catturano l’attenzione degli internauti che girovagano sui social, distrattamente, e che, con evidente frustrazione, una volta aperto il link si ritrovano una notizia in realtà tutt’altro che catastrofica. Spesso la fonte non è neanche verificata e il video o la foto che fanno da “esca” non hanno niente a che fare col contenuto risicato dell’articolo stesso. Sono notizie che fungono da mere attira mosche, per incrementare le visite di un sito web, dunque, ingrossarne gli introiti attraverso annunci e pubblicità. Mentre aumentano queste notizie allarmanti – in ambo i sensi – aumenta anche parossisticamente la frustrazione di chi, preso alla sprovvista un po’ per sana ingenuità, un po’ per idiozia – va detto – si trova articoli prossimi allo spam. Sono i titoli tossici del giornalismo, usati per raggirare la gente. Legalmente legittimi, essendo i social network delle piazze virtuali private – nel senso che sono gestite da aziende private con le proprie policy – e non dei luoghi dove fare giornalismo, resta tuttavia l’amaro in bocca se si considerano le implicazioni etiche e professionali. Esistono veri e propri professionisti infatti che su siti web, giornali anche importanti come Libero e Repubblica, riciclano notizie senza notiziabilità, usano video prossimi al fake, e immagini controverse. La defezione del giornalismo viaggia per cui anche attraverso la qualità dell’informazione. Sono poco meno di 4 milioni gli italiani che comprano quotidiani, sono più di 24 milioni gli utenti di Facebook. Quasi un italiano su due. Un bel mare dove pescare. Confezionare queste soft news – o titoli tossici – diventa allettante per redazioni e pseudo giornalisti che non hanno alcuna remora o scrupolo nel raggirare la gente. Anche se l’obiettivo può divenire più o meno legittimo poiché in questo modo si spinge molta più gente ad arrivare su un sito – e poi magari navigarci approfondendo altre aree tematiche – resta il problema etico. Forse i giornalisti dovrebbero in quanto lobby, pressare il governo per una legge quadro che disciplini il web. La sensazione è che il laissez faire faccia un po’ comodo a tutti invece, professionisti e non. Magari sarebbe auspicabile un giuramento di Ippocrate – o di Cicerone – anche per giornalisti e comunicatori proprio come per i medici, poiché l’attività di informare diventi sempre più responsabile e sempre meno business. Salvare il giornalismo e i giornalisti in un’epoca in cui fonti primarie come agenzie e giornali chiudono battenti, può voler dire, neanche tanto romanticamente, affondare con tutta la nave, con dignità, invece di mascherarsi da scafisti e pirati col solo fine di far – ancora – cassa. L’ennesima intrusione dell’economia che, dopo la politica, rischia di rovinare un diritto fondamentale, oltre quello al lavoro ormai perduto, ossia quello di essere informati, prima del dovere di informarsi.