Il concetto di Identità costituisce uno dei capisaldi fondamentali della tanto paventata ondata populista che attraversa la disastrata Europa d’oggi. Smarrita nel villaggio globale, irretita da organismi sovrannazionali che la negano, scempiata da una politica immigratoria criminale e ipocrita, l’identità dei popoli continentali è sottoposta ad uno spietato e mortale fuoco di fila da parte di quei tromboni che la identificano volgarmente come rigurgito reazionario e antiliberale, tipico di quei sottoproletari rozzi e illetterati refrattari all’illuminato progresso imposto dalle care e nobili élite illuminate. In questo fosco scenario il nostro sventurato Belpaese, come da prassi, è in prima fila nell’immonda orgia autodistruttiva: a colpi di tweet, hashtag e streaming live i soliti noti dell’autorazzismo militante non perdono occasione per denigrare e svilire le molteplici storie e tradizioni che, lungo tutto lo Stivale, ancora innervano lo spirito profondo degl’Italiani. Non pare possibile, ai cultori cechi della mondializzazione forzata, che ancora nel XXI secolo milioni di italici plebei costituiscano ancora un tipo d’uomo altro rispetto all’avatar alienato che imperversa nel villaggio globale da Washington a Bangkok. Mammoni, arruffoni, furbi casinisti, maneggioni inaffidabili, improduttivi baby-pensionati, statalisti impenitenti, ignoranti pizza-pallone-birra: questa è la narrazione a cui prestano voce e azzimata presenza i nostri amati storyteller, da sempre malati di esterofilia dilagante. Ai Travaglio e ai Mieli che, senza timore, mostrano tutto il proprio odio verso il loro stesso popolo preferiamo mille volte mille un movimento antico di quasi un secolo, ma più attuale e contemporaneo dell’ultimo iPhone

“I popoli nordici hanno la nebbia, che va di pari passo con la democrazia, con gli occhiali, col protestantesimo, col futurismo, con l’utopia, col suffragio universale, con la birra, con Boekling, con la caserma prussiana, col cattivo gusto, coi cinque pasti e la tisi Marxista. L’Italia ha il sole, e col sole, non si può concepire che la Chiesa, il classicismo, Dante, l’entusiasmo, l’armonia, la salute filosofica, il fascismo, l’antidemocrazia, Mussolini.

Questo giornale  (L’Italiano, nda) cercherà di dissipare le nebbie nordiche che sono scese in Italia per offuscare il sole che Dio ci ha dato.

(…) La sostanza genuina dell’italiano nuovo noi la dovremo cercare dove non è arrivata la corrompitrice civiltà moderna. E si badi bene che con questo non intendiamo dire della civiltà meccanica, del telefono, del telegrafo, delle strade ferrate, dell’igiene e se si vuole della radiofonia e del cinematografo, ma di quelle forme di vita e di mentalità forestiere che ci si sforza d’adottare fra noi deprimendo le nostre native qualità paesane.”

Signore e Signori, Strapaese. Sorto dall’entusiasmante genio degl’indimenticati Longanesi, Maccari, Malaparte, Strapaese rappresenta l’ardito e meritorio tentativo di salvaguardare, contro le tentacolari influenze della modernità alienante, le peculiari e ineguagliate caratteristiche delle genti d’Italia, formidabili custodi di folklore, tradizioni e identità plurisecolari. Il grande merito dell’esperienza strapaesana sta, dunque, nell’aver inteso le pericolose e deliranti derive dello sviluppo incontrollato entro i confini nazionali: innestare su una popolazione così variegata i miti d’una società industriale avrebbe comportato un cortocircuito assai pericoloso, capace di far strame di secolari esperienze popolari. Beninteso, non si tratta di una reazione greve e tutto sommato banale all’allora imperante mito del progresso. Alla base degli sforzi dei vari fogli strapaesani d’allora stava infatti una meditata riflessione, incentrata sui caratteri atavici del nostro volksgeist. In questo senso, la lotta per la salvaguardia della civiltà paesana ha un significato profondo ed innegabile

«Amare la terra e il paese, custodire le tradizioni, non significa impoltrirsi e impiccinirsi entro insormontabili confini, ma trovare, gustare e selezionare gli elementi di cui necessariamente si compone la nostra personalità per portarli con le opere a una vita attuale. Significa al contrario sentire in se stessi una più profonda vita, e la sintesi e la quintessenza di esperienze di innumerevoli generazioni, una civiltà che è frutto di secolari travagli»

Quasi cento anni dopo, le parole di Mino Maccari risultano ancora di stringente attualità, così come l’intero scopo della battaglia strapaesana. Persa tra immigrazione selvaggia e colonizzazione culturale, diktat €uropei e culturame servile, la nostra anima morale d’Italiani agonizza tra l’indifferenza e il disinteresse. Chi non s’arrende, però, ha raccolto la sfida lanciata dalle pagine ingiallite de L’Italiano e Il Selvaggio, ritemprando al tempo di internet la battaglia strapaesana da vere e robuste colonne d’inchiostro nostrano, corroborate dall’audacia irriverente dei vent’anni. Il Bestiario degli Italiani, Rivista Strapaesana fondata ormai un anno fa da giovani avulsi dalla retorica Erasmus, lancia alto e forte la voce di chi vuol difendere il vizioso, ineguagliabile e sublime animo italiano: dategli fiducia!