“Permettimi di presentarmi. Il mio nome, o quello datomi dai cosiddetti ‘medici’, è Anoressia. ‘Anoressia Nervosa’ è il mio nome per esteso, ma tu puoi chiamarmi Ana. Possiamo diventare auspicabilmente grandi socie”.

Queste parole, dai tratti profetici ed inquietanti, aprono una lunga descrizione all’interno di uno dei tanti blog “pro-ana” (pro-anorexia) presenti nel web. L’obiettivo di questi siti è quello di diffondere l’anoressia tra le persone, attraverso testimonianze personali e consigli agli interessati. Non si tratta di approcciarsi ad una dieta per (ri)mettersi in forma, ma ad una vera e propria rivoluzione anti-alimentare, da massimo cinquecento calorie al giorno. I suoi adepti la chiamano “filosofia” di vita, ma è evidente che si sta parlando di una “malattia”, causata da disturbi psicologici e problematiche sociali. Così si presenta la responsabile del blog, Kim: «Eccomi. Una ragazza senza speranze che sogna l’impossibile in questo mare di ipocrisia e dolore. Gli obiettivi si sfocano e le voglie si sentono, ma Ana è con me. La sento entrare in me giorno per giorno. Mi sento invisibile; dietro questa maschera di silenzi».

Il fenomeno è di prevalenza femminile, ma anche alcuni uomini ne sono coinvolti. Il fatto più sconvolgente risiede nella grande diversità delle persone ingabbiate in questa trappola: madri di famiglia, minorenni, modelle, zitelle, tutte accumunate dal degenerato bisogno di ridursi a ossa senza pelle. Per farlo, sono disposte a tutto (dal fare un solo pasto al giorno, al legarsi un elastico al polso da tirare in caso di attacchi di fame), costituendo gruppi (prevalentemente virtuali) per sostenersi reciprocamente in questo percorso auto-distruttivo. Del resto, l’anoressia e la bulimia (strettamente commistionate tra loro) sono divenute dei veri e propri fenomeni di massa, riscontrabili, come afferma la psicoterapeuta Maria Barbuto, «in ciascun livello sociale, coinvolgendo in egual misura soggetti appartenenti ad estrazioni economico-culturali differenti».

Le cause, come accennato in precedenza, sono di natura psicologica e sociale. Prima di tutto, infatti, vi è l’insoddisfazione dell’individuo dinnanzi al proprio corpo, considerato come perennemente inadeguato e, perciò, da modificare necessariamente. Questo bisogno, quindi, sfocia in un malessere sociale, in quanto i soggetti affetti da tale patologia si sentono continuamente giudicati dalla collettività. Proprio l’aumento incessante di casi di anoressia negli ultimi anni ha rafforzato l’aspetto sociale di tale patologia. Sebbene non ci siano dati precisi in merito, secondo Epicentro, il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica: «Negli Stati Uniti, APA indica una prevalenza dell’anoressia tra 0,5 e 3,7 per cento nella popolazione femminile […] Il rapporto tra prevalenza nelle donne e negli uomini si attesta tra 1 a 6 e 1 a 10. Nella popolazione adolescente, però, tra il 19 e il 30 per cento degli anoressici sono maschi. Anoressia e bulimia colpiscono tutte le classi sociali statunitensi e tutte le componenti etniche. Secondo il rapporto sulle malattie mentali di Health Canada, in Canada dal 1987 c’è stato un incremento del 34 per cento delle ospedalizzazioni di ragazze sotto i 15 anni e del 29 per cento tra i 15 e i 29 anni». In Italia, la situazione sembra essere migliore rispetto a quella statunitense (con una prevalenza di circa lo 0.5%).

Il fatto che il fenomeno dell’anoressia nervosa sia più diffuso nei paesi progrediti industrialmente, ha portato alla definizione di “sindrome culturale”, di matrice occidentale, esportata oramai regolarmente negli altri continenti (soprattutto in Asia). Il fatto che si tratti di una patologia nata in Occidente non rappresenta certamente una sorpresa. La perdita di medietà, riconosciuta da Aristotele come virtù fondamentale per il perseguimento della vita buona, nel corso del tempo, ha dato vita ad una società opulenta, finta nelle sue premesse ed estremista nelle proprie richieste, dove l’individuo si ritrova isolato, rispetto a ciò che lo circonda. In questo stato di cose, trovano il loro posto le parole finali della “profezia” di Kim: «Sei mia e mia e sola. Senza di me, non sei nulla. Quindi non combattermi così. Quando gli altri commentano, ignorali. Passaci sopra, dimenticati di loro, dimenticati di chiunque provi a portarmi via. Sono il tuo bene più grande e intendo mantenere questa cosa. Sinceramente, Ana». L’anoressia è una malattia che avanza a causa della debolezza della psiche e della società umana, entrambe asserragliate dai deliri dell’ego. Il rovescio della medaglia è rappresentato dall’obesità, fenomeno anch’esso dilagante oggi. Che le insegne luminose dei fast-food e le espressioni vuote delle ragazze anoressiche derivino da cause comuni, sono solamente l’ennesimo attestato di un’epoca paradossale. Il Filosofo, nell’Etica Nicomachea, scriveva: «Il mezzo è la cosa migliore». I filosofi scolastici latini diranno: In medio stat virtus. Sarebbe decisamente ora di rispolverare questo monito.