Dal dopoguerra fino ai giorni nostri, in un lungo e ininterrotto passo del gambero, si è assistito a un cambiamento drastico del concetto di amore e del conseguente legame sentimentale. Con la liberalizzazione dei costumi sessuali, avvenuta dagli anni ’70 in poi, la società occidentale ha maturato il superamento della coppia tradizionale, come degli schemi ufficiali e anacronistici del fidanzamento, aprendo la strada a nuove forme di convivenza e relazione di coppia. In ciò è possibile intravedere un aspetto senz’altro positivo che il progressismo ha contribuito a creare: una maggiore indipendenza e libertà della donna nel legame emotivo, nonché una convivenza più democratica fra uomo e donna nelle scelte e nella vita di coppia. La conseguenza di questo iter culturale e sociale è consistito nei sereni trascorsi di un cinquantennio di equilibrio sentimentale, in cui al modello patriarcale e autoritario ne è subentrato uno mediano (fra il modello tradizionale e il più atipico legame sciolto), fondato sulla reciproca intesa. Ciò ha conseguentemente reso possibile l’idea di unità d’intenti nella coppia, dunque il desiderio di costruire un futuro in maniera positivamente complice.

Manifestazione femminista alla fine degli anni Settanta

Manifestazione femminista alla fine degli anni Settanta

Non è un caso che le coppie italiane ed europee over 45 costituiscano la generazione emotivamente più stabile, mentre scendendo al di sotto della soglia, già si intravedono grandi difficoltà nel mantenimento di una relazione o, nell’eventuale sua evoluzione, di un matrimonio o di una convivenza. Cosa è avvenuto? Quali fattori sociologici hanno determinato lo svilimento dell’importanza del sentimento? Forse, in un contesto precedente, lo “stare insieme” aveva più senso, in un clima di pathos e cerimonia oggi a noi estraneo.

Innanzitutto, si potrebbe attribuire una delle possibili cause al deviazionismo che alcune aree del progressismo hanno intrapreso. Laddove lo spirito critico del ’68 ha condotto a risultati importanti nel campo dell’emancipazione femminile e nella critica alla società consumistica e capitalistica, non vi è nulla da discutere. Tuttavia, se da un lato quest’ondata di cambiamento ha generato una critica sociale costruttiva, dall’altro essa ha condotto a modalità di divertimento più trasgressive. Nella seconda metà del Novecento, l’uomo occidentale ha iniziato progressivamente a modificare usi, costumi e consumi, con il ben noto ingresso delle sigarette, delle droghe e dell’alcool nelle abitudini di massa.

Se la trasgressione è una parte intrigante e più che accettabile del vivere quotidiano ( insita nella natura umana), ciò ha tuttavia permeato un’altra sfera ben più delicata: quella emotiva e sentimentale

È in questo frangente che l’emancipazione sessuale, di provenienza progressista, ha trovato un punto di convergenza- e deviazione- con una filosofia liberale di tutt’altra matrice. Le conseguenze sono tutt’ora evidenti. L’individualismo emotivo ha intaccato e inquinato il concetto di libertà (originariamente politica e sociale, non egoistica nelle relazioni interpersonali). Il consumismo ha promosso e incoraggiato la leggiadria sentimentale (con una preferenza verso i rapporti poligamici e un’avversione verso quelli monogamici).

Uno dei massimi interrogativi dell'attuale generazione femminista

Uno dei massimi interrogativi dell’attuale generazione femminista

Il liberalismo ha intaccato il nobile concetto di trasgressione sessuale, che di per sé può avere una grande valenza artistica e culturale nella rievocazione del concetto ellenistico dell’Eros o della passionalità. Si pensi al nudismo in ambito pittorico, dai taccuini segreti del romantico William Turner ai ritratti delle effusioni erotiche del pittore croato Auen, intento ad amoreggiare con le ammiratrici nella propria abitazione. Per non parlare della fotografia erotica che, verso la fine del XIX secolo, inizia a circolare negli ambienti del Moulin Rouge, storico locale della capitale francese nato nel 1889 e noto per le esibizioni artistiche delle sensuali ballerine che  lo animavano.

La dimensione greco-occidentale dell’Eros, al contempo sacrale e carnale, è stata privata della sua dimensione più autentica

L’elemento erotico viene costantemente ridotto alla mera pornografia di facile accesso, venendo dunque meno l’etica del sé in un rapporto indissolubile rispetto all’altro, ovvero il legame. Quest’ultimo costituisce l’elemento fondamentale della relazione, nonché il tasto dolente del problematico groviglio sentimentale della post-modernità. Zygmunt Bauman, il noto sociologo polacco recentemente scomparso, aveva messo a nudo– per rimanere in tema- le contraddizioni post-moderne in seno ai rapporti interpersonali tra uomo e donna, in una delle sue opere più importanti, Amore Liquido. Quest’ultimo concetto inerisce alla vaghezza, alla relatività e all’instabilità di coppia fra gli individui. Bauman parla non a caso di “connessioni” momentanee fra gli amanti, più che di “relazioni”. Vi è senz’altro una problematicità di natura ontologica alla base: le emozioni momentanee scappano fugacemente e all’unisono con la corporeità dell’altro, considerato come prodotto di consumo più che un’entità pensante. L’interazione, inoltre, si complica, dal momento che essa assume la duplice natura fisica e virtuale.

Si comunica sempre più spesso in maniera artificiale e attraverso lo strumento del social, sempre meno frequentemente per via diretta. La virtualità è una maschera che fa comodo agli individui, sempre meno spontanei nell’atto comunicativo facilmente delegato all’automa

Come del resto afferma il saggista polacco, l’uomo post-moderno è un essere in balia del proprio isolamento, delle insicurezze personali e di una bassa auto-stima. L’uomo o la donna che non sia in grado di amare sé stesso/a non può amare l’alterità, non acquisisce la maturità emotiva sufficiente, in sintesi, non si è capaci di assumersi la responsabilità di interazione e cura nei confronti dell’altro. L’unica sicurezza che è possibile trarre dalla propria esistenza è il culto dell’Ego, dove il narcisismo assume una valenza negativa, non celebrativa del sé ma compensatoria di lacune psichiche. Perfino il rapporto con l’altro assume importanza relativamente all’idea sociale di approvazione: una coppia nella quale il ragazzo o la ragazza siano esteticamente conformi ai canoni medi è motivo di orgoglio e sfoggio pubblico. Cene, regali, simboli di amore spontaneo rischiano di sfociare in mera convenzione sociale, soprattutto in un contesto adolescenziale dove la spettacolarizzazione della vita di coppia (favorita dai social) è un fenomeno assai frequente. Allo stesso modo, paradossalmente, il “Grande Fratello” consumistico trova il modo di inglobare stili di vita differenti, più libertini, incoraggiando la vita da scapolo, la monotonia della condivisione, perché le industrie dei condom e dell’alcool possano continuare a esistere.

È su queste debolezze che il dio Mercato esercita il proprio peso, incoraggiando l’individuo a esaltare il consumo personale, l’ostentazione della fisicità e la considerazione dell’altro non come tale, ma in quanto estensione del proprio Sé

Il tutto non si tramuta più nel semplice e antico “fare esperienza”, bensì nell’idea di provare, di testare un nuovo “prodotto umano”, del quale si può fare a meno nel momento in cui subentri una nuova ondata di “noia” esistenziale. Un tedio che assume i connotati dell’individuo blaisé descritto da Georg Simmel: il prototipo dell’uomo metropolitano che, accecato dalla sovra-stimolazione sensoriale della società consumistica, non trova più alcuna fonte di gioia e novità nel presente, generando un distacco sempre maggiore fra il proprio Ego e la percezione della realtà. In questo caso, per l’appunto, l’uomo “simmeliano” ha subito delle modifiche nel tempo; egli non ha minimamente conservato la capacità di valutare se gli elementi esistenziali circostanti costituiscano l’oggetto dell’insoddisfazione patologica del consumatore.

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L’essere post-moderno, figlio della profetica visione di Simmel, è privo di un’analisi autocritica e razionale in merito al proprio status: egli annichilisce il pensiero in balia delle sensazioni momentanee. È un processo che riporta l’uomo a una condizione quasi animale, in cui la soddisfazione dell’impulso primario è la chiave della tranquillità personale, ma con una piccola differenza: qui si tratta di bisogni indotti, non di necessità vitali. È indispensabile che il consumatore torni essere umano, dunque a esercitare le proprie funzioni cognitive, a domandarsi cosa significhi la parola “sentimento”, perché la si evoca e se e quando sia opportuno utilizzarla, al di là della mera attrattiva estetica che essa può generare nell’immaginario collettivo. Simpaticamente, diremmo: “prima il pensiero, dopo i cioccolatini a forma di cuore”. Inutile sbizzarrirsi nella demonizzazione della trascorsa ricorrenza di San Valentino, che originariamente racchiudeva l’ideale puro e romantico dell’innamoramento. Occorre che ogni “innamorato” o presunto tale ponderi il significato della propria “celebrazione” del sentimento, in un’ottica puramente ideale e anti-consumistica.