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Davvero ci sono tante donne che si riconoscono nella marcia svoltasi a  Washinton contro Trump, che si identificano in quell’allarmismo un po’ isterico e in quella retorica stantia? E, più in generale, sono ancora molte le donne che si sentono rappresentate dai movimenti di massa femministi, dalle loro istanze e dai loro umori, dai loro modelli e dalle loro priorità? Il femminismo è stato un movimento meritorio nella dimensione in cui, già a partire dall’Ottocento, ha consentito a sempre più donne di guadagnare autonomia ed indipendenza economica dagli uomini; oggi la versione 2.0, variamente declinata, eterogenea e sovente contradditoria, spesso assume dei tic ideologici incomprensibili e delle posizioni di una radicalità abbastanza lontana dalla sensibilità e dall’indole della maggioranza del gentil sesso.

La realtà è che, probabilmente, il femminismo ha troppo spesso confuso la legittima volontà di emancipazione con un’insensata volontà di sottrarre alla donna le sue caratteristiche più proprie attribuendole caratteri e modi maschili.

Se questo è femminismo

Troppo spesso ciò ha condotto ad un machismo a la reverse, capace di rinnegare la femminilità naturale sull’altare di confuse astruserie ideologiche. Beninteso, il tema della necessità di una nuova differenza sessuale si presta a fraintendimenti, generalizzazioni ed equivoci, ed oltretutto risulta sempre un po’ odiosa la pretesa virile di parlare delle donne, imponendo loro sogni ed immagini maschili. Ci pare allora utile e corretto dare la parola a due grandi scrittrici, accese militanti del Femminismo capaci però di notarne i limiti e le contraddizioni. Esse rivendicarono un modello di emancipazione che non passasse dallo scimmiottamento dei comportamenti maschili, ma che fosse davvero autonomo, fondato sui caratteri veri e innegabili dell’identità femminile. Le due donne in questione sono Virginia Woolf e Sibilla Aleramo, rispettivamente autrici de Una stanza tutta per sé e Andando e Stando.

Una foto di Sibilla Aleramo, autrice, tra le altre cose, di Una Donna, a detta di molti il primo romanzo femminista italiano

Una foto di Sibilla Aleramo, autrice, tra le altre cose, di Una Donna, a detta di molti il primo romanzo femminista italiano

Sono due opere molto diverse: quello della Woolf è un saggio desunto da una conferenza che tenne in un collage femminile inglese nel 1928 sul tema La donna ed il Romanzo; l’altro invece è una raccolta di articoli, brevi saggi e recensioni che la Aleramo scrisse dalla guerra in Libia nel 1911 fino agli ultimi giorni della seconda guerra mondiale nel 1945. Seppur  profondamente diverse, e in molte cose radicalmente opposte, le due scrittici hanno tracciato un percorso simile. Rintracciamo le stesse motivazioni della Aleramo e della Woolf nella militanza femminista, e stanno alla base della loro successiva fuoriuscita le medesime rivendicazioni, elaborate a partire da limiti e criticità comuni.

Il discorso sul femminismo si intreccia con quello letterario, ed entrambe danno l’impressione di credere che solo creando una letteratura femminile, con tradizione, archetipi e simbologie proprie si potrà creare un movimento femminista senza complessi d’inferiorità nei confronti dell’uomo. In questo senso, fa specie leggere le considerazioni di Virginia Woolf su questo tema e notare la siderale distanza tra le sue posizioni e alcune pretese di “abolizione delle differenze” di certi movimenti femministi attuali. Scrive la Woolf in un passo di Una stanza tutta per sé:

E poiché il romanzo ha una corrispondenza con la vita reale, i suoi valori sono in parte gli stessi della vita reale. Ma è ovvio che i valori delle donne molto spesso sono diversi dai valori stabiliti dall’altro sesso; è naturale che sia così. (…). Perché se siamo donne pensiamo a ritroso attraverso le nostre madri. È inutile andare in cerca di aiuto dai grandi scrittori, per quanto si vada da loro con piacere. (…). Il peso, il ritmo, l’andatura della mente maschile sono troppo diverse dalle sue perché possa ricavarne con succo qualcosa che abbia sostanza. La scimmia è troppo lontana per essere diligente.

Ecco qui in modo chiaro stigmatizzata la tara di una certa letteratura femminile che anziché cercare i propri modelli-che sono, come adombra la Woolf, quelli “della madre”- cerca di scimmiottare i romanzi ed i tipi maschili. Qui il discorso è prettamente letterario, ma non appare poi difficile estenderlo anche alla società, alla politica ed al costume, specialmente quando poche pagine dopo la Woolf scrive:

Sarebbe un grandissimo peccato se le donne scrivessero allo stesso modo degli uomini, o vivessero come gli uomini, o assumessero l’aspetto degli uomini, perché se due sessi sono insufficienti, considerate la vastità e varietà del mondo, come potremmo cavarcela con uno solo? Non dovrebbe forse l’educazione far emergere le differenze invece delle somiglianze?

Virginia Woolf, militante femminista, e autrice tra le più rivoluzionarie per la prosa moderna

Virginia Woolf, militante femminista, e autrice tra le più rivoluzionarie per la prosa moderna

La stessa insofferenza e la stessa distanza emerge nella Aleramo. Ed anche qui si intrasente che la questione non è solo letteraria, ma si attaglia a tutto un certo femminismo smanioso di superare il maschio copiandone usi e costumi anziché definire, mediante l’arte, un’identità di donne più cosciente, più consapevole e più forte. Scrive la Aleramo in un articolo geniale dal titolo Apologia dello Spirito Femminile:

La donna, ch’è diversa dall’uomo, in arte lo copia. Lo copia anziché cercare in se stessa la propria visione della vita e le proprie leggi estetiche. E ciò avviene inconsapevolmente, perché la donna non si è resa ancora chiaro conto di sé stessa, non si distingue ancora ella stessa dall’uomo

Se la donna non deve scimmiottare lo “spirito” maschile, ma trovarne uno suo, basato su intrinseche qualità uniche, dove si deve ricercare la “specificità” femminile? E cosa si intende per essa? Entrambe le autrici rispondono, e le loro riposte potrebbero davvero rappresentare le pietre angolari di un nuovo femminismo, contro ogni retorica dell’omologazione e dell’indifferenza.

Se la Woolf sembra indicare la specificità del femminile in una istintiva diffidenza verso l’”Io” maschile, “onesto e logico”, la Aleramo sostiene che la specificità femminile sia un contatto più intuitivo, meno mediato di quello virile, con il mondo e la realtà delle cose. Se l’uomo è in fondo un bambino pensieroso, che cerca di ricondurre l’esistenza alla sua logica e al suo sistema, la donna intravede quel senso della vita che sfugge ad ogni forma razionale e che trascende la comprensione umana, di cui quindi non si può mai avere certezza, ma solo un vago sentore, una remota, ancorché limpida, intuizione.

Ha allora senso, come scrive la Woolf, dire che ogni uomo attraverso una donna si vede come raddoppiato, ingigantito. E’ nel contatto con la femminilità che si trova quell’energia, quella vitalità e quella forza che poi l’homo faber spende altrove creando. Scrive la Aleramo per definire l’arte “femminile”:

Creare con il mio spirito forme d’esistenza piene come capolavori, dalle multiple significazioni, e pur lievi e libere (…); e al nero tedio ch’è in fondo alla febbre insensata dell’uomo affacciare i chiari occhi della mia mente, i fermi occhi della mia fede, esule da non so quali lidi, affacciare il mio fervore che niente limita, il mio potere d’adorazione più forte d’ogni dolore, sopravvivente ad ogni disfatta, la mia incapacità di totale stanchezza, la mia incapacità ad ammettere il Nulla…(…). Ch’io imprima alla mia volontà d’amore in tutte le sfere dell’essere il segno dello spirito, il fiero segno della coscienza; e l’uomo, superbo di sentirsi vivo solo quando pensa, si volgerà verso me pensosa d’amore e valorizzerà infine questa ch’egli ha creduto sempre forza oscura amorfa arbitraria…Amo dunque sono.

Ecco, ripetuta, la specificità donnesca, sintetizzata in quei momenti in cui si vive più intensamente, in cui ci si perde nell’altro,  nei quali il pensiero si spegne per pochi istanti e si può “solo sentire”, gli istanti di sublime, ancorché momentaneo, oblio.

Perché allora le donne, anziché valorizzare ed indagare la loro identità specifica, spesse e troppe volte si allontanano dalla propria natura per assumere atteggiamenti, pose e aspetti maschili? Perché certo femminismo ha voluto “virilizzare” la donna?  La risposta forse la dà ancora la Aleramo, in un passo eccezionale di un altro suo libro, intitolato proprio Amo dunque Sono, romanzo epistolare di lettere scritte ad un amante lontano, Giulio Parise. Ad un’amica che la esortava, per evitare le delusioni d’amore che da sempre l’addoloravano, ad assumere con gli uomini un atteggiamento più distaccato, più remissivo, più altero e algido, l’autrice rivendica con orgoglio la sua decisione di darsi, di cercare di vincere il tedio dei suoi amati, di donarsi, senza misurare, senza calcolare, senza aspettarsi nulla, solo per sentirsi viva. Ribadisce con orgoglio la sua scelta di restare donna. Scrive la Aleramo:

Ma la lezione che tante donne imparano giovanissime e mai più dimenticano, per me è sempre stata vana. Non ho mai voluto accettarla. E anche questa ribellione, come l’ho pagata! (…). Che importa? Ho avuto pur sempre, ho pur sempre la parte migliore. Nulla vale la felicità di confessar perdutamente il proprio amore, il proprio cuore. Nascondersi, fingere, giocare d’astuzia, viver calcolando, no! Meglio venir tradite, dieci, venti volte, per aver ingenuamente espressa l’intima realtà. Dieci, venti volte, e poi si risorge, intatta. Soltanto la menzogna lima, diminuisce, esaurisce

E questa scelta appare ancora più confermata quando la Aleramo si volge verso quelle donne che invece “vincono”, almeno in apparenza, ovvero che non si danno agli uomini per donare loro un po’ di vita; ma solo per accrescere la loro vanità, per ridere dei tanti che avevano irretito, sedotto, acciecato, abbandonato. Scrive:

Tante ne ho conosciute: m’hanno esortata a seguire il loro esempio, nessuna ammette di aver torto, tutte celano orgogliosamente lo squallore della propria aridità.” Ma “le donne che attraggono e seducono mediante il sapiente sfruttamento della debolezza maschile, ed incatenano gli uomini facendoli soffrire e piangere, abbassandoli invece d’esaltarli, sono poi castigate da un male peggiore d’ogni abbandono: l’incapacità ad amare.

Quante donne vengono in mente, leggendo queste righe, pesando queste parole? Quante donne che per esorcizzare ed evitare delusioni hanno preso l’abitudine di celare a sé stesse e agli altri l’amore?

Non pare probabile affermare che i tempi siano maturi acciocché il femminismo abbia  la franchezza di guardare al passato, rivendicando i propri meriti ed ammettendo i propri errori. Manca il coraggio d’educare la donna alla consapevolezza e all’orgoglio della propria diversità, latita la consapevolezza d’impedire il forzato cambiamento dell’essenza e delle più naturali inclinazioni femminee. In questa cornice sconcia, alla donna d’oggi non resta che inseguire modelli ed archetipi maschili mentendo spudoratamente alla propria natura e alla propria anima. Noi, per chiosare, non possiamo che sottoscrivere le ultime parole di Giulio Parise alla Aleramo in Amo dunque Sono:

“E come fu che alla fine si venne a parlare di bontà? Non ricordo. Ma mi penetrò nel cuore, e mi tornò poi spesso alla memoria, come una viva, fresca carezza, ciò che mi rispondesti quando io dissi: “Forse la mia bontà è la mia debolezza”: “No. È la tua forza. Grande”