La celebre Lettera ai Capi dell’Unione Sovietica inviata dallo scrittore e dissidente russo Aleksandr Solzhenitsyn al presidente Leonid Breznev, il cinque settembre 1973, scotta oggi come profezia dimenticata ed ammonimento attualissimo per un diverso destinatario. Azzardiamo a rilevare un carattere profetico, tuttavia, non soltanto sulla base di considerazioni ex post ma al contempo perché, come esplicitamente dichiarato, Solzhenitsyn si rivolse a Breznev in un momento assai inadatto alle esortazioni; infatti “già prossimo il tempo in cui, tutte insieme, le grandi potenze europee” avrebbero cessato “di esistere come forza fisica seria” e sconfitti gli Stati Uniti da parte di un “piccolo paese asiatico, manifestando discordia interna e debolezza spirituale”, la stella rossa dell’Unione Sovietica sarebbe potuta apparire quanto mai brillante. Eppure l’indebolimento del capitalismo era da riconoscersi tutt’altro che nei meriti di Mosca, quanto in “una crisi storica, psicologica e morale di tutta quella cultura, di tutta una visione del mondo”, che era stata “concepita all’epoca del Rinascimento” e che aveva trovato “la massima sua formulazione negli illuministi del secolo XVIII”. Secondo Solzhenitsyn, gravavano anzi sopra l’Urss ed il popolo russo due minacce epocali: la guerra contro la Cina ed, in comune con il mondo occidentale, il pericolo del tracollo dell’ecosistema terrestre sotto la pressione della civiltà dello sviluppo illimitato.

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Aleksandr Solzhenitsyn

Consumata da tempo la rottura tra le due maggiori potenze comuniste, Solzhenitsyn paventava che la perdurante tensione potesse sfociare in una guerra aperta annichilitrice, evocata dalla pressione demografica cinese sulle terre siberiane e dal contrasto dottrinale sulla corretta interpretazione del Marxismo, collegata alla rivalità per la guida del movimento comunista internazionale. Tale conflitto, descritto quale cupo tritacarne di una interminabile guerra convenzionale, insuperabile la soglia dell’arma atomica, avrebbe rappresentato il definitivo genocidio del popolo russo. Dovere assoluto quello di evitarlo, lasciando ai cinesi il monopolio del Marxismo con il suo “fardello di inadempibili impegni internazionali, che gemano, trascinino, educhino l’umanità e paghino loro tutte le assurdità economiche”. Tanto più che proprio l’abbandono della contrapposizione ideologica, assieme alla già straordinaria capacità militare, avrebbe costituito anche la migliore difesa per l’Urss, come già ai tempi di Stalin che innanzi ad Hitler “non si fidò del marcio e logoro puntello dell’ideologia, la scartò, cessò quasi di menzionarla, fece sventolare la vecchia bandiera russa, a volte addirittura lo stendardo della chiesa ortodossa”. Un conflitto con la Cina avrebbe certo imposto la medesima svolta che un uomo saggio avrebbe certo intrapreso preventivamente.

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Richiamo della propaganda sovietica alla guerra zarista contro Napoleone del 1812

Quanto alla problematica ambientale, Solzhenitsyn riprende le riflessioni della Società Teilhard e del Club di Roma, per quanto qualunque nonno dell’Ucraina avrebbe potuto spiegare agli economisti d’avanguardia che:

“una dozzina di vermi non può rodere all’infinito la medesima mela”

Ovvero l’impossibilità di perseguire uno sviluppo economico illimitato in un mondo di risorse limitate come “inculcatoci dai sognatori dell’Illuminismo”. Ciò non di meno gli economisti sovietici si erano lanciati alla rincorsa, “ciecamente e insensatamente”, della “civiltà occidentale”, dimenticando la terra, edificando ferrovie inutili, incrementando con ogni mezzo la produzione delle fabbriche a costo di dilapidare le risorse naturali e deturpare l’ambiente. Eppure proprio la pianificazione economica statale, vanto dell’Urss, avrebbe potuto offrire “quant’altri mai la possibilità di non creare agglomerati antiumani di molti milioni di abitanti”, strozzati dall’asfalto, dal caldo e dall’inquinamento delle automobili; ma ciò avrebbe richiesto di guardare la realtà senza il filtro ideologico, frenata l’industrializzazione cosa ne sarebbe stato “della crescita illimitata della produttività del lavoro ecc. ? Non si può correggere Marx, sarebbe revisionismo”.
Il superamento del problema consterebbe ancora nell’abbandono dell’ideologia e in un rivolgimento verso le terre del nord est e della Siberia, sulle quali edificare una civiltà dell’economia stabile che non persegua il progresso quanto piuttosto il benessere materiale e spirituale. Tali spazi naturali ancora incontaminati, suscitavano in Solzhenitsyn 

“la speranza di non coinvolgere la Russia nella crisi della civiltà occidentale”.

Un’analisi attenta fu dedicata anche alla malattia spirituale che affliggeva il popolo, per il quale si era voluto che l’ideologia sostituisse religione e moralità tradizionale; dal ruolo degli insegnanti, immiseriti e privi di prestigio ad un emancipazione femminile attuata costringendo le donne “a sostenere la famiglia anche con il denaro” ed il piccone, ad un tempo libero imprigionato tra la pagina sportiva, il televisore e la vodka. Un’ oppressione dovuta soprattutto al peso di un apparato militare ipertrofico e dei compiti internazionali imposti dal Marxismo. Certo, uno sconvolgimento in senso democratico occidentale, almeno per molto tempo, non avrebbe dovuto essere auspicato “sarebbe solo una sciagurata ripetizione dell’anno 1917” e Solzhenitsyn propose piuttosto una libertà culturale dalla menzogna di regime, in modo che il popolo potesse tornare a respirare e riacquistare la sua salute. Difficile valutare se gli anni Novanta russi possano avere presentato tratti dello sconvolgimento paventato da Solgenitsyn ma ad oltre quaranta anni dalla lettera, pare possibile rilevare una similarità tra il cammino indicato dall’autore e quello intrapreso dalla Federazione Russa. Risulta infatti difficile etichettare ideologicamente l’azione e la strategia di Vladimir Putin, informato solo e unicamente all’idea di Russia. Quanto ai paesi occidentali “incuneati più paurosamente, peggio di noi” nel mito dello sviluppo, paiono configurarsi quale nuovo destinatario dell’esortazione del 1973: posseduti da un Capitalismo ideologico, economicista e preteso depositario di una missione globale di civiltà tanto quanto lo era stata l’altra faccia marxista della medaglia, pare attuale il ritratto di un mondo, l’Occidente, che come l’URSS di Breznev vive e agisce senza

“tenere una linea nazionale e sentirsi alle spalle tutti gli anni della sua storia”.