È arrivato soltanto dopo l’ennesima barbara dimostrazione di inciviltà, è stato deciso così perché continuare come se nulla fosse sarebbe stata una resa incondizionata all’illegalità, ma più di tutto l’interruzione del campionato turco è arrivata con colpevole ritardo. Questa settimana la Super League turca si ferma non perché il viaggio da Rize a Trebisonda del pullman del Fenerbahçe si stava trasformando in una carneficina, ma perché – in una settimana che ha visto il paese monopolizzare la politica internazionale – era necessaria una pausa per smaltire la sbornia di violenza. Il ferimento dell’autista del bus della squadra di Istanbul è solo il minimo sacrificio offerto alla brutale brama di ferocia. La capitale turca è da sempre dilaniata dal triumvirato composto dai UltrAslan, Vamos Bien, e Çarşı. Lo zoccolo duro del tifo delle tre squadre di Istanbul protagoniste di una lotta fratricida, che logora e corrode i precari equilibri di una città sospesa tra oriente ed occidente. Questa volta però i protagonisti sono stati quei noti “tifosi” del Trabzonspor, sì proprio quelli che ad ogni partita dopo 61 minuti fanno esplodere l’inferno all’interno del campo da gioco, per ricordare il 1461; anno in cui finì il dominio cristiano e iniziò quello mussulmano. La loro lontananza dal centro pulsante del paese aumenta la brama di violenza che sfocia spesso in una vera e propria guerra civile. In queste occasioni si cerca di isolare il caso dal contesto sociale e di minimizzare l’accaduto alla semplice singolarità; ma guardando a ritroso, le minacciose nuvole sullo sfondo mostrano un campionato greco interrotto già tre volte da inizio stagione e incresciosi avvenimenti che hanno diffamato l’Europa League, trascinando nel baratro anche la cosmopolita Olanda.

Più che una macchia d’olio il fenomeno sembra spargersi come una lava incandescente pronta ad inghiottire il vecchio continente. Il legame pallone-violenza è diventato nel corso degli anni inestricabile, costringendo i protagonisti a cercare una definitiva cura ad un male mortale. I padri fondatori anglosassoni, dopo aver toccato il fondo nella strage di Hillsborough, hanno svuotato gli stadi dagli hooligan, che l’avevano resi l’incubo d’Europa, e li hanno riempiti di un vuoto silenzio figlio di anonime controfigure che assistono in una monarchica assenza di rumori. Nel resto del continente il fenomeno ultras, non ha avuto alcuna flessione, aumentando se possibile il proprio peso, spesso anche decisionale, all’interno dello stadio. Un tempo considerato il dodicesimo uomo in campo, il tifo organizzato, ha strappato la maglia ai propri burattini, vestendo la numero uno; quella che sta a difesa della porta, a difesa dei propri ideali. Quei valori morali nei quali è centrale la mentalità di cameratismo, onore, gerarchia e integrità, che sono la diretta manifestazione di quella aggressiva occupazione delle piazze avversarie nelle travagliate trasferte. La massificazione di una così ampia moltitudine di persone è sempre stata un’analisi sbrigativa e poco veritiera per raccontare la realtà. Non lasciarsi sopraffare da una sparuta minoranza in un sistema democratico è la colonna portante verso un ritorno alla normalità. Nel paese che ha partorito i valori olimpici, un’interruzione non è servita a scoraggiare l’inciviltà, impartire una lezione definitiva è un estremo caso che non si può non considerare. Così come sequestrare un gioco ad un bambino non ha mai portato a dei risultati proficui, aggiustarlo sarebbe l’unico modo per elevare il senso di civiltà. Già, perché si parla pur sempre di un gioco. Anche se non si è più bambini.