Io sono Parigi.
Io sono Charlie.
Io sono.

Sottolineare la propria esistenza. Di fronte alla morte, di fronte all’oblio, di fronte alla paura d’un punto interrogativo quale è il terrorismo, che non ha facce, non ha frontiere, non ha nazioni, il bisogno primario del popolo della rete è quello di sottolineare la propria esistenza. Eh no, non è l’esigenza ancestrale di contrapporre la vita, ad una morte apparentemente inspiegabile, ma il mero esercizio d’una vanità priva di estro, per questo sfornita di qualsiasi diritto di cittadinanza, né sui social né altrove.
Saranno di certo gli status, e ancora di più gli hashtag, la cronaca diretta dei nostri tempi. Documenti di prima mano delle persone “comuni”, specchio immediato dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti, delle nostre impressioni. Sempre più violente, sempre più definitive, le nostre opinioni virtuali fluttuano nell’etere come stilettate donchisciottesche contro nemici della stessa vana consistenza.

Umberto Eco è di recente passato sotto un mare di sputi – anch’essi virtuali s’intende –  per aver esternato una constatazione, che gli stessi logorroici della rete,  – di cui chi scrive fa parte – magari quelli più accorti e riflessivi, hanno maturato, mascherando tra uno status e l’altro il peso della contraddizione. “I social… hanno dato il diritto di parola a legioni di imbecilli” aveva osato dire il noto medievalista. Ma forse, Facebook e affini hanno fatto venir fuori la parte più banale, più istintiva, dunque più bassa di ognuno, intelligenti compresi.
Tralasciando però questo vizio di forma, su cui si potrebbero scrivere saggi e pubblicazioni d’ogni tipo, la conseguenza che in questi giorni tremendi salta agli occhi di ogni inquilino della piazza telematica è la triste illusione della solidarietà virtuale. Lo aveva detto Gaber, che il mondo non si salva con la solidarietà, ma viene da sé : Nemo profeta in patria. Ma, a ben vedere, non è nemmeno con l’illusione solidaristica che abbiamo a che fare oggi. Perché, forse a causa della malizia di chi scrive, non è apparso nella rete alcun simulacro di solidarietà impegnata, ma solo la voglia recondita di ognuno di affermarsi nel dibattito in voga. Come per Valentino Rossi, come per le sconfitte della Juventus, così per Parigi, tutti, autoinvestiti del ruolo d’opinionisti freelance, ci siamo lanciati nelle analisi più “acute e approfondite”, convinti della ferrea necessità del nostro apporto.

Era stato tremendo lo spettacolo degli hashtag di Charlie. Un fenomeno finto, oltre che illusorio, data la realtà delle cose, come sempre agli antipodi rispetto agli intendimenti virtuali. Tutti coloro che si sono impegnati nell’immedesimarsi in un giornale di satira d’Oltralpe, di cui un minuto prima non conoscevano l’esistenza, non nutrivano, e non nutrono tuttora, alcun interesse verso la libertà di stampa. Lo testimonia l’effettivo attaccamento dimostrato dai giovani, principali fruitori dell’hastag incriminato: #JeSuisCharlie, verso la carta stampata e le sue tristi vicissitudini: zero, o, se possibile, meno.

Ed oggi tutto si ripete, il simbolo della pace con al centro iscritta la Tour Eiffel, con Facebook che ci propone di sovrapporre sull’immagine di profilo i colori della bandiera dello stato di Napoleone, di Voltaire, di Proudhon e di tanti altri grandi d’Europa che di certo se potessero ci guarderebbero con una smorfia compassionevole, consci, quantomeno loro, di quanto velleitarie siano le nostre pretese. La vicinanza per un accadimento la cui portata emotiva, oltre che politica, è straziante, non può certo essere espressa con dei colori su una foto. Ma guai ad opporre questa semplice ed elementare constatazione a chi subito si è premurato di munirsi del Kit del cittadino equo e solidale. In un attimo si casca nella gogna dell’intellettualoide scientemente anticonformista. Ebbene, per quanto sgradita possa essere, la verità ci pone di fronte a realtà di morte e a sicuri orizzonti di guerra, a cui noi, popolo europeo del Ventunesimo secolo, riusciamo a rispondere solo così, sottolineando per l’ennesima volta la nostra incompatibilità assoluta ad essere comunità reale. Morire da individui, soli, con un’eredità che non contempla il sacrificio per l’altro, contenti di scomparire con una formattazione del sistema, è questa l’unica analisi possibile delle nostre reazioni, divenute ormai lo strascico consueto d’ogni avvenimento di cronaca.

Arriverà il giorno però, prima o poi, in cui la storia ci presenterà, con la sadica puntualità che le è propria, il conto per la nostra superficialità. Lì, allora, non basteranno gli hashtag. Si saranno spenti i colori, e noi, inadatti ad agire quanto a pregare, ci ritroveremo inermi, fisicamente e moralmente, vittime d’una passività e d’una vanità a cui tutti abbiamo porto il fianco.