di Luigi Iannone

Il Papa pronunciò parole terrificanti sulla Terza guerra mondiale. Sembrava una delle abituali metafore da prelati presi dalla foga di un’omelia apocalittica. I fatti di Parigi ce ne danno forse tragica conferma. Qualcosa di epocale sta accadendo. Non passa giorno che esperti di geopolitica non indichino strategie militari e, con malcelata saccenza, ci redarguiscano sulla nostra limitata conoscenza di culture, fedi, tribù, etnie e religioni. E vista la spaventosa emergenza del problema dovremmo prima o poi renderci edotti sul significato di termini come Sunniti, Sciiti, Curdi, Wahabiti, Mujadin, Peshmerga e Califfati vari. Sarà necessario immergerci con decisione in questo ginepraio di sigle e di micro conflitti dinnanzi ai quali eravamo ovviamente impreparati.

Si nota che invece sta deflagrando nelle librerie una pubblicistica per soli esperti. Molti saggi di diritto internazionale sono stati già annunciati per le prossime settimane. E non mancano commentatori ed artisti vari pronti ad esprimere particolari punti di vista. Per carità, tutto lecito. In una situazione del genere, il minimo che i membri di una collettività civile possano fare è interrogarsi su cosa stia realmente accadendo. Luigi Bonanante, professore emerito di relazioni internazionali, esce per esempio con Anarchia o democrazia (Carocci) riproponendo la teoria ‘della guerra costituente’, secondo la quale ogni settanta anni circa un conflitto ridefinirebbe gli equilibri geopolitici. Non una guerra locale, ma una guerra mondiale. E avvalora la sua tesi con una cronologia storica di esempi a supporto che fa rabbrividire.
Tuttavia, si continua a schivare lo snodo della questione, vale a dire quello economico. Ci si appressa, lo si preannunzia, lo si circumnaviga con termini e concetti specialistici per poi, quando è il momento di fendere il colpo e squarciare il velo della verità, lo si salta a piè pari. Non si sa se per insipienza o deliberatamente.

È ovvio che se non si conosce la storia di almeno gli ultimi tre decenni, non si approfondiscono le differenze e le reali o presunte scissioni all’interno dell’Islam e di quelle comunità arabe che vanno dall’Iran fino alla Libia e non si ha una generale ma precisa visione del contesto geopolitico, si rischia di lasciare qualsiasi discorso a metà. Non raramente, infatti, prestiamo ascolto a commentatori che parlano letteralmente ‘a vanvera’. Però, come accennavo prima, il cuore del problema viene sollevato raramente. Poco importa che la Turchia sia attenta alla questione curda e detesti la Russia; che quest’ultima difenda Assad; oppure che gli Usa fatichino a trovare un loro posizionamento; e che le pur fondamentali questioni religiose non sono tema secondario. Le titubanze della coalizione occidentale di questi giorni non attengono a questioni ideologiche né a scelte politico-militari, ma più volgarmente a consolidati rapporti economici (e non ci riferiamo solo al petrolio) che nessuno vuole lasciarsi sfuggire.

I singoli stati europei sono avviluppati da sempre con le varie realtà locali del mondo arabo. È ciò è un fatto di cui tener conto. La Francia ha per esempio interessi che non combaciano con i nostri (Libia docet). Gli Usa guardano invece con referenza non dichiarata all’Arabia Saudita, mentre la Russia volge lo sguardo da tutt’altra parte, e così via, in un guazzabuglio di difficile comprensione per il cittadino comune. Sotto la coltre del buonismo antiterroristico si celano perciò ripercussioni enormi, essenzialmente di tipo economico.
Per l’immediato futuro uno scenario bellico sembra la conseguenza più probabile. Se i terroristi continueranno infatti nelle loro scempiaggini, non sarà difficile prevedere che un blocco imponente possa muoversi contro di essi. Tuttavia sono troppi gli interessi che si intrecciano già all’interno della stessa Unione Europea facendo in modo che per il dopo Isis il fronte possa, come già capitato in passato, disgregarsi con una certa rapidità. Mettere all’angolo l’Isis, almeno sul medio termine, potrà dunque essere un momento di ristoro, di comunanza tra interessi diversi che si ritrovano contro un comune nemico, ma la partita vera in quella vasta area del mondo sta solo iniziando. Ci sono da rimodulare alleanze economiche per il futuro. E su quelle, per ora, non c’è alcuna strategia. Il rischio che si corre è di rendere concrete le parole del Papa. Il rischio vero è il dopo Isis.