«Nell’inverno del ’72, un gruppo di politici ebbe una visione rivoluzionaria del futuro. Un’idea che se attuata poteva rendere la vita migliore per tutti. Era giunto il momento di liberare le donne dagli uomini, gli anziani dai figli, gli adolescenti dai genitori». La Famiglia del futuro è il manifesto, redatto dai socialdemocratici svedesi, che racchiude quest’intento progressista, incentrato sull’ideale dell’autonomia tra gli individui. Seppur l’individualismo sia un valore di tutto l’Occidente contemporaneo, è proprio in Svezia che ha attecchito pienamente. Il documentario di Erik Gandini, La teoria svedese dell’amore, mostra le conseguenze sociali di questo processo, che sta comportando la distruzione degli antichi legami familiari, considerati come opprimenti per il singolo individuo.

Innanzitutto, cosa prevede la teoria svedese dell’amore? Con questa definizione si fa riferimento ad una vera e propria ideologia, secondo cui tutti i rapporti umani autentici si devono basare sulla sostanziale indipendenza delle persone. Il fine è da rintracciare nella volontà di costruire una società più equa, dove le donne non dipendano dagli uomini e viceversa: «In Svezia – spiega Gandini – c’è un’espressione, ensam är stark (“da soli si è più forti”). Una delle critiche che mi sono state fatte è che la Svezia è uno dei primi dieci Paesi per quanto riguarda l’indice di soddisfazione sociale e felicità. Questa cosa, però, si scontra con un’altra evidenza: la Svezia è il terzo Paese in Europa per consumo di antidepressivi (il primo Paese è l’Islanda). Forse bisogna stare un po’ attenti agli “indici di felicità”, perché se li guardi di sghembo ti appare tutta un’altra realtà». Gandini mette in luce la idiosincrasia tra il paradiso del welfare (che fa della Svezia una delle mete più ambite dagli stranieri, tra cui i migranti) e la reale felicità (non) conseguita dalle persone, visto che la metà della popolazione vive da sola e un individuo su quattro muore da solo, senza avere vicino a sé nessun parente. Questo scenario, già di per sé lugubre, ha generato una serie di conseguenze, talmente radicali da sembrare distopiche. Si tratta dei casi di abbandono totale degli anziani, che porta la società ad accorgersi della loro morte mesi o addirittura anni dopo gli eventi, mentre il pagamento (automatico) delle bollette continua regolarmente. Ma si fa riferimento anche alla volontà, di alcune donne, di dare vita ad una famiglia “da sole”, attraverso la fecondazione artificiale, perpetrata direttamente a casa propria, grazie ad un comodo kit realizzato dalla Banca del Seme (la più grande di Europa): «Erano i figli che volevo, non un marito», dichiara Maria Helena, accontentata da una lunga fila di donatori, ben felici di aiutarla.

Se è vero che questi fenomeni radicali sono ancora di nicchia (seppur in espansione), la normalità rispecchia quella del Manifesto del ’72. In Svezia la consuetudine è rappresentata dalle relazioni LAT (Living apart together), che prevedono gli incontri unicamente nel fine settimana e da una generale tendenza all’autonomia rispetto agli altri, tanto che il giornalista britannico George Monbiot parla di un’era della solitudine, aggiungendo come essa ci sta uccidendo. Il documentario si chiude con un’intervista a Zygmunt Bauman, in cui il sociologo collega l’indipendenza alla noia, condannandone la mancanza di coraggio nell’affrontare le sfide poste dal fato. Ma è realmente così? Si possono effettivamente condannare, oltre che le conseguenze più nefaste, i presupposti di questa determinata società? Ebbene, a parere di chi scrive, la risposta è no, per quanto tali presupposti vadano sempre relazionati al contesto in cui si ritrovano, e mai universalizzati. Cosa porta a questa posizione? Nella parte finale del video, Gandini si immerge nei boschi svedesi, a contatto con alcune neo-comunità di giovani, che lontano dalla città cercano di recuperare i valori comunitari che la società sta perdendo, al grido di «noi vogliamo amare». Questa appare come un’esagerazione, l’altra faccia di una medaglia di una società di individui, che rimangono tali anche in un contesto comunitario, perché l’amore, così come la vita associata, non si costruiscono né si distruggono artificialmente, ma derivano da esigenze naturali, interne all’uomo. La società svedese è intrinsecamente individualista, perché gli svedesi sono molto incentrati su se stessi e se lo possono permettere (al contrario di altre popolazioni più povere): questo fatto non può essere di per sé una colpa, ma lo diventa quando produce bambini come se fossero giocattoli, lascia morire gli anziani nella più totale indifferenza e ingurgita antidepressivi al posto delle caramelle.

In definitiva, il comunque pregevole lavoro di Gandini (di cui è stata visionata solamente una versione ridotta), fa ben riflettere sul rapporto tra le persone, in una maniera volutamente provocatoria, attraverso la descrizione della società svedese e la condanna dei suoi eccessi, in vista di un futuro più equilibrato. Sono proprio l’equilibrio e la medietà, le caratteristiche positive che emergono (per contrasto) dal film The Lobster, un altro significativo documento contemporaneo attorno a questi temi, ambientato in universo distopico, ma denso di riferimenti reali.