Buon viso a cattivo gioco, relativismo sdoganato, possibilismo di maniera e autarchia speculativa. Che male c’è, ci si chiede. Per carità, guai a non dire nessuno. E’ l’altra faccia del Progresso, dell’individualismo à tout crin, è la deriva della nostra epoca e ormai la conosciamo bene. In questa sede nessun disturbo, nessuna obiezione, nessuna sorpresa che sorprendersi di tutto lo lasciamo ai moralisti. E’ solo che ogni tanto, ci si accorge di nuovi ed ulteriori effetti collaterali di questo assolutismo di maniera mascherato da libero pensiero, e fa piacere notarli. Ad esempio, è cosa nuova  il tentativo di sfruttare al massimo il prima avversato libertarismo nel milieu degli osservatori sociali, della critica popol-cultur-intellettu-ale. Loro ultima frontiera: non avere frontiere. Abbandonata la strada maestra, sia quella del cipiglio a tratti austero, sia quella lucida ed accomodante, si prendono posizioni alternative, un po’ radical e un po’ chic, motivandole pure in modo articolato per divulgarle, perché la gente, o meglio il pubblico, è di questo che ha bisogno, di novità, di freschezza, di scorci nuovi. In effetti, lo sfruttare in questo senso gli ampi margini di libertà offerti dal libertarismo, non è sempre male, a livello d’informazione specialmente.

Capita ad esempio di leggere la dicitura “tv senza redenzione” e compiacersi quasi di aver intuito il focus della discussione, assentire a priori con la critica nei confronti della televisione che sfrutta male le sue potenzialità, o meglio le sfrutta a fini beceramente commerciali e si fa trash (anche se, ci si rende conto, mai come in questi giorni la parola è abusata), allora si pensa ai reality, alle fiction, ai salotti on-air, ai giornalisti spauracchi, alle battaglie di pochi onesti contro i mulini a vento e avvinti dal tema ancor prima di conoscerlo, intuito canaglia, si è d’accordo ancora di più. Poi subentra la curiosità, si apre l’articolo, lo si legge. E si prende conoscenza dei propri vaneggiamenti, e la solidarietà intellettuale così repentinamente accesa, presto, si spegne. Ecco che allora ci si accorge di aver a che fare con uno di quei nuovi tentativi della critica di dismettere le proprie canoniche vesti e di conciliarsi finalmente col mondo, di entrare a far parte dell’ordine delle cose che prima si osservava dall’alto e di cui se ne indicavano pregi, difetti, soluzioni.

Nell’articolo in questione infatti, “la tv senza redenzione” è fatta coincidere col target dei programmi proposto da Real Time, ed è presentata come buona, anzi no, come né buona né cattiva o forse entrambe le cose, ed è in questo miscuglio indefinito che risiede il suo pregio, perché rappresenta in modo radical la vita reale, a tal punto che  “anche quando il format è più classico quindi, nei programmi di Real Time c’è comunque un elemento dissonante […] passa sempre un concetto inedito per la televisione.” Real Time dunque fa di più: ad esempio, con “Il pranzo di Mosè” trasmette “lo stoicismo del destino” insito nell’arte di cucinare con quello che si produce in una masseria ottocentesca siciliana; con “Vite al limite” rappresenta al meglio la caratteristica del canale di “raccontare storie”, in modo quasi letterario, aderendo ad un verismo senza fronzoli, degno di una novella ricerca antropologica (sic!) che abbraccia tutti i campi dell’essere quotidiano, dai matrimoni, alle torte, alla cucina, alle diete, alla chirurgia estetica, al risparmio, agli animali domestici. Il programma insomma, non sarebbe nient’altro che una telecamera che riprende scene e situazioni di vita vissuta proponendoli in quegli spezzoni tematici che sarebbero i singoli programmi. Questa summa vitae è definita con “catartica”, il medesimo termine usato da Aristotele per definire la tragedia greca, che libera l’anima espiandola dalle passioni che permettono di trovare sfogo nella rappresentazione. Che i tradimenti, le ire, i delitti, le passioni  da espiare siano messe al pari di preparazioni di dolci, educazione di gatti, problemi di peso, forse è eccessivo; ma non è questo il punto, non ci fermiamo a livelli di definizioni. Non ci fermiamo nemmeno a livello di contenuti. Nessuno contesta la legittimità del trash come forma di intrattenimento,  la sua validità soprattutto in qualità di cartina tornasole di certe tendenze nazional-popolari che escono fuori la sera, nel chiuso del proprio salotto di casa, ciabatte, giacca sbottonata e cervello spento sul Grande Fratello. Il problema non è nemmeno il poco astio con cui si affronta l’argomento, anzi, nascono polemiche talvolta esagerate.

E’ quella critica libertaria di cui sopra, che pur di distinguersi dal mucchio, esperisce una via visionaria, quella del bastiancontrario populista che invece di analizzare il trash lo bolla come televisivo, e Real Time, invece (che è trash stesso) lo pone come nuova frontiera di una tv pulita, senza filtri, dove la “vita vera” non si specchia, ma vi entra a passo di carica. Cari critici libertari, abbiate pazienza. La tv di Real Time, non solo è iper-televisiva, non verista, non antropologica, non catartica. E’ spettacolarizzazione di certi profili di vita, o di certi spezzoni di vita (il matrimonio, il dimagrimento, la cucina etc.), è una realtà falsata perché immobile, assolutizzata nella dose di grottesco che contiene. Cari critici libertari, se è così, tornate a criticare. perché chi elogia come “vera”, “pura”, “libera” questa tv irredenta e crede di scoprirvi l’arte priva di arte e dunque l’arte pura, non fa altro che distinguersi mettendo cocci in cornice, come se quest’ultima vendesse per “arte”, un avanzo.