La distinzione filosoficamente fondata tra doxa (opinione) ed epistème (scienza, conoscenza) si trova formulata chiaramente per la prima volta nella Repubblica di Platone, e precisamente nel V libro. Qui la conoscenza, intesa nelle sue qualità di certezza e stabilità è accostata alle idee, a quegli enti che essendo “compiutamente” in senso ontologico, sono anche compiutamente intellegibili. Se all’estremo opposto si trova l’àgnoia, l’ignoranza che è assenza di ogni sapere, ciò che si colloca in posizione intermedia fra il “vuoto” e il “pieno” del conoscere è appunto la doxa, l’opinione. Questa, a differenza della epistème può essere sia vera che falsa, ma in ogni caso non sa rendere le cause, le ragioni di ciò che dice, o le conosce in maniera confusa. Le opinioni sono infatti molteplici e mutevoli, e quando permettono di agire meglio lo fanno quasi per puro caso.

Esse tuttavia hanno importantissime conseguenze nelle scelte degli individui e quindi delle collettività, e ciò vale soprattutto se il sistema tenuto in considerazione è un regime democratico o un mercato libero quali quelli in cui si trovano larga parte delle nazioni occidentali al giorno d’oggi. L’importanza dell’opinione era certamente conosciuta dai sofisti, che traevano mestiere insegnando la rhetotichè technè, l’arte di persuadere nelle assemblee pubbliche, ma attualmente non è di certo meno conosciuta, e meno sfruttata. Le vendite si reggono sull’opinione che i clienti hanno del prodotto, oltre che sulla sua necessità reale, e l’enorme mercato dell’e-commerce con le sue liste infinite di recensioni scritte da chiunque e da dovunque lo sa bene. Le opinioni dei clienti sono talmente importanti da essere retribuite con piccole cifre di denaro da molte società o istituti di “opinione” (come “Doxa” con l’app “Roamler” o “Alta Opinione” solo per citare quelle italiane) o spesso da essere estorte senza nessun costo aggiuntivo per l’azienda.

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Posto dunque sono

Tenuto da parte il confine fra raccogliere un parere e condizionarlo (che sfuma presto appena i dati dei sondaggi vengono resi pubblici), l’opinione non è vittima di sopravvalutazione solo da chi la raccoglie o da chi la usa ma anche da chi la pronuncia. Accade così che nasca la folle professione dell’opinionista che, come si è detto prima, spesso non sa rendere le ragioni del suo parere o lo fa in maniera superficiale. Avviene perciò che i social network- come disse Umberto Eco- “danno diritto di parola a legioni di imbecilli”, e nessuno di questi sembra contemplare l’idea di attendere, o di ragionarci ancora, o più banalmente anche di non esprimersi a quel proposito. I top trend, gli “argomenti del momento” garantiscono che tutti abbiano sempre qualcosa su cui versare un’opinione, anche quando non si hanno abbastanza conoscenze a proposito per esprimersi. In questo senso i dibattiti del giorno non dovrebbero servire a stimolare l’opinione, ma la ricerca. Se si parla di qualcosa di nuovo e ciò mi stimola a saperne di più e a costruire un parere ragionato (e non frettoloso) sull’argomento, significa che aver saputo di quella notizia mi ha permesso di conoscere qualcosa di nuovo. Se viceversa si getta, come un secchio in un oceano, la propria opinione rapida e superficiale insieme a quella di tutti gli altri, ciò non sarà utile a me e può essere persino dannoso per chi mi ascolta o mi legge.

Il nostro tempo sembra spesso aver scambiato il diritto a esprimere un’opinione con il dovere di farlo. Dobbiamo dire di tutto se ci piace o non ci piace, se siamo favorevoli o contrari, se lo compreremmo ancora oppure no. Dobbiamo dirlo per di più subito: le opinioni si scatenano già pochi minuti dopo l’evento, dopo l’ascolto, in taluni casi già contemporaneamente: è la dossocrazia. L’attesa, il tempo necessario per elaborare informazioni a volte numerose e complesse non esiste più, come mostra Douglas Rushkoff ne “Lo shock del presente” ( Tradotto in italiano nel 2014 dall’editore Codice) . È l’incubo e insieme la profezia di Tocqueville che già così si esprimeva quasi due secoli fa a proposito dalle possibili degenerazioni di una “tirannia della maggioranza” come quella americana, e che investiva a un tempo il piano politico come quello sociale:

Se cerco di immaginare il dispotismo moderno, vedo una folla smisurata di esseri simili ed eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima… Al di sopra di questa folla, vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente, e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un’infanzia perpetua. Lavora volentieri alla felicità dei cittadini ma vuole esserne l’unico agente, l’unico arbitro. Provvede alla loro sicurezza, ai loro bisogni, facilita i loro piaceri, dirige gli affari, le industrie, regola le successioni, divide le eredità: non toglierebbe forse loro anche la forza di vivere e di pensare?