Elegante, tagliente e rivelatrice: tre aggettivi che descrivono un oggetto ormai divenuto feticcio per qualche collezionista, un’arma che ha segnato un’era immaginabile solo attraverso l’inchiostro sulla carta. Un’epoca forgiata nel fuoco delle fucine e nel sangue degli eroi: l’era della spada. Apparentemente potrebbe sembrare un mero strumento di morte, ma la realtà è ben differente. La spada sembra riportare l’uomo in una dimensione atavica, ancestrale, come se nel sangue europeo scorresse l’ardore di quei guerrieri che di quello strumento ne hanno fatto prolungamento del braccio. Non è un caso che gli eroi del passato fossero ricordati al pari della loro lama, come Durandal per Orlando o Gramr per Sigfrido, quest’arma viveva solo ed unicamente in funzione del suo detentore. Nella Chanson de Roland, il leggendario paladino di Carlo Magno, in punto di morte, preferisce distruggere la sua fedele Durindana piuttosto che vederla nelle mani del nemico. Impugnar non ti può pugno pagano, poi che sei fatta per cristiane mani, nè posseder ti debbe uomo codardo”. Secondo la Tradizione cavalleresca, infatti, una spada se brandita in mani forti e giuste esprime una “forza costruttiva”, mentre se in mani “saracene”, essa rappresenta una forza distruttiva, l’impersonificazione del Male.

Nell’apocalisse di Giovanni, Cristo, il Verbo impersonificato, viene rappresentato con una spada a duplice taglio che fuoriesce dalla bocca (“Nella sua mano destra teneva sette stelle; dalla sua bocca usciva una spada a due tagli, affilata, e il suo volto era come il sole quando risplende in tutta la sua forza”), simboleggiando la doppia natura della parola di Dio: difensiva, poiché messaggio di rettitudine, sapienza e giustizia; offensiva, poiché denuncia il peccato. Allo stesso modo la spada del cavaliere ha una duplice valenza: da un lato difende i giusti, essendo egli stesso l’incarnazione della giustizia; dall’altro colpisce il peccatore, l’empio, il Male. La figura di San Giorgio è emblematica di quanto l’etica cavalleresca sia fortemente influenzata dalla parola di Dio, egli infatti rappresenta lo scontro tra il bene ed il male. La sua vittoria si consacra nel volere di Dio: “Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: se abbraccerete la fede in Cristo, riceverete il battesimo e io ucciderò il mostro”. In quest’ottica la spada non è semplicemente un’arma ma il lascito di Dio all’uomo; quest’ultimo deve essere sempre pronto a difendere il Verbo sulla Terra. Nel vangelo secondo Matteo, Gesù dice: non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra, sono venuto a portare non pace ma spada”. Il legame tra la spada e la religione viene anche rimarcato anche dalla forma che essa assume nelle varie culture. In Europa la spada ha simboleggiato per moltissimo tempo l’allegoria della croce, Raimondo Lullo scriveva nel XIII secolo: “Al cavaliere si dà la spada, che nella forma è simile alla croce, per significare che, come nostro Signore Gesù Cristo vinse sulla croce la morte, nella quale eravamo incorsi per il peccato di nostro padre Adamo, così il cavaliere dovrà con la spada sterminare i nemici della Croce”. Analogamente la scimitarra, spada originaria dell’Asia Occidentale, rievocava alla mente la mezzaluna, simbolo molto caro alla fede islamica.

La massificazione della guerra e la scoperta della polvere da sparo hanno reso quest’arma sempre più marginale sino a renderla obsoleta, sancendone la totale scomparsa dall’equipaggiamento militare occidentale. Questa scomparsa ha segnato la fine dello scontro fisico con l’avversario; al giorno d’oggi, infatti, il nemico viene combattuto a distanza. Un distacco che sembra quasi il riflesso dell’allontamento dell’uomo dalla sua dimensione spirituale. La guerra non è più sacra. Essa è semplicemente il risultato dei più subumani istinti. Se un tempo si era pronti a morire per la fede, oggi si è pagati per morire come mosche, colpiti da un proiettile o da una bomba provenuta da chissà dove. Non si ha più nemmeno l’onore di poter vedere il proprio nemico negli occhi per poterlo scrutare e godere di quell’attimo che mette fine ad una vita di devozione.