In Nosedive, il primo episodio della terza stagione di Black Mirror, Charlie Brooker immagina una società in cui tutti possono votare i comportamenti altrui. Attraverso i propri telefoni e grazie a delle lenti che permettono di vedere il punteggio complessivo degli altri, le persone giudicano il prossimo in ogni momento, ovunque si trovi, per qualsiasi banalità. Il voto varia da una a cinque stelle e la media garantisce bonus o svantaggi al singolo: comprare una casa o affittare una macchina diventano azioni limitate a chi ha un determinato indice di gradimento. Inoltre, più il proprio rating è alto, più si influisce maggiormente nei giudizi. In questa società, in cui la popolarità è tutto e le apparenze vanno curate al dettaglio, la protagonista, Lacie Pound, è ossessionata dall’avere una media alta, sia per ottenere dei vantaggi materiali, ma anche per un viscerale bisogno di essere riconosciuta da chi le sta intorno. Lacie vuole arrivare al top della gerarchia sociale e per farlo è disposta a mantenere un comportamento impeccabile, illusorio, tanto servile verso chi sta al vertice di questa piramide, quanto distaccato da chi ne costituisce le fondamenta. Tuttavia, come insegna il Joker in Batman, in The Killing Joke di Alan Moore, basta una giornata storta per rovinare la vita di un essere umano. Per la signorina Pound (come per i due protagonisti del fumetto), comunque, il fatto di vedere sprofondare la propria media in poche ore, a causa di una catena di eventi sfortunati, è sì la fine di una vita, ma anche la possibilità di iniziarne un’altra: rinchiusa in carcere, abbandona definitivamente le limitazioni sociali, sfogandosi verbalmente con il prigioniero di fronte, senza il timore di essere valutata.

Persone paragonate ad oggetti, votati con le stelle come fossero hotel o ristoranti e possessori di un rating al pari delle società. Beh, si potrebbe pensare, è una delle tante distopie, immaginate dai soliti critici della tecnologia. Del resto, Black Mirror è uno show televisivo, che necessita dell’esagerazione. Niente di tutto ciò si verificherà mai, in quanto la nostra società è troppo umana per permetterlo. Lo si potrebbe pensare, certo. Ma poi si scopre che Nosedive non è del tutto frutto della mente di Brooker, ma è sviluppato a partire da un’applicazione già esistente: Peeple. Le ideatrici canadesi Nicole McCullough and Julia Cordray l’avevano definita come una «Yelp for people», prima di ritrattare l’affermazione. Effettivamente, però, Peeple tratta le persone come fossero luoghi. La valutazione spazia tra tre settori: professionale, personale e amoroso. Come è stato notato:

«in ambito professionale può ricordare Linkedin, se non fosse che si possono recensire anche compagni di bevute o di letto».

La beta version (con 10.000 utenti) è stata rilasciata ad Ottobre 2015, mentre il lancio ufficiale è stato effettuato il 7 marzo scorso. A causa delle accuse di cyberbullismo ricevute inizialmente, la versione definitiva è meno estrema della precedente: il sistema di voto con le stelle (identico a quello della serie televisiva) è stato eliminato, le persone possono scegliere quali commenti fare apparire sul proprio profilo e la registrazione (ammessa dai 21 anni in poi) permette di plasmare il servizio a seconda delle proprie preferenze. Ma l’interrogativo principale resta sempre lo stesso: che senso ha valutare gli altri?

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Peeple: l’app che permette di dare un voto ad una persona

Dal momento della sua uscita, Peeple è stato piuttosto criticato, sia per il concept che per la realizzazione. Effettivamente, ad oggi, non si sa nemmeno che fine abbia fatto, non essendo scaricabile, seppur non si trovi nessuna notizia ufficiale della sua cancellazione. Eppure, il fenomeno sembra tutt’altro che passeggero. Del resto, il tema portante che lega Nosedive a Peeple è il bisogno di riconoscimento da parte delle persone. Questo problema non è certo costitutivo dell’era contemporanea, ma trova in essa una nuova definizione. Come sostiene il filosofo Charles Taylor:

«Il non riconoscimento o misconoscimento può danneggiare, può essere una forma di oppressione che imprigiona una persona in un modo di vivere falso, distorto e impoverito».

Ciò che accomuna Lacie Pound ai 10.000 primi utenti dell’applicazione è proprio la mancanza di sicurezza verso se stessi nel rapporto con gli altri, che spinge ad entrare in un meccanismo apparente per essere riconosciuti come individui. Se nel primo caso (televisivo) il processo è compiuto e tutta la società viene mossa da questa necessità, nel secondo (reale) il percorso è ancora lungo, ma non per questo immobile. Considerare Peeple come un errore del sistema o una provocazione fine a se stessa sarebbe un errore. Esso sviluppa un motivo già presente in ogni social network, da Facebook a Twitter, quello, appunto, dell’ossessione di essere riconosciuti. In base a questa necessità, molti utenti si sentono in dovere di pubblicare qualsiasi opinione o azione della loro vita, per tenere aggiornati i propri “amici” in proposito, con un occhio di riguardo a quei pollicini che attribuiscono loro uno status, un rating. Nella comunità virtuale non c’è posto per chi si tira fuori da questo giogo, perché meno si pubblica, meno si compare nella home altrui, meno likes si ricevono. A seconda delle situazioni, ci si impegna per apparire belli, intelligenti, provocatori, pubblicando di tutto e di più, senza filtri, dimenticandosi di avere a che fare con dei mezzi e non con dei fini: proprio l’egoismo, di chi vuole fare della propria bacheca una vetrina, rovina il senso complessivo di questi strumenti. Come in Black Mirror, più la popolarità è elevata, più si ha la possibilità di influire su tutta la società, tanto che le affermazioni di attori e cantanti famosi diventano le icone portanti delle campagne elettorali. Se a un bambino si dovesse chiedere cosa non sopporta della scuola, probabilmente risponderebbe i voti. Nella società degli adulti sembra non esserci posto per altro: ci si autoimpone un sistema virtuale fondato sui giudizi altrui.

«Siamo un’epoca debole…Le nostre virtù sono condizionate, sono provocate dalla nostra debolezza»

Così scriveva Nietzsche nel Crepuscolo degli Idoli. Il lato più debole risiede proprio in questa necessità di dover essere riconosciuti da una comunità che, di fatto, non esiste. Fino a dove questo processo si spingerà avanti non è dato saperlo.