di Luca Gritti

E’ possibile pensare e perseguire un progetto rivoluzionario in Italia, paese da sempre caratterizzato dall’apatia e dall’acquiescenza, dallo scarso civismo e dall’indolenza? È possibile incanalare le forze dissonanti ed eccentriche rispetto al presente e indirizzarle verso un percorso comune, condiviso e trasversale? L’Italia continuerà a guardare la storia come una spettatrice passiva e paziente, disinteressata o disillusa, o si potrà in qualche modo inserire nella storia e nella grande politica, filando la sua sorte senza subirla? Sono domande tutt’altro che oziose, ed anzi sono quesiti ricorrenti e legittimi che riecheggiano ossessive specialmente tra i giovani, che vedono la distanza scoraggiante tra le loro istanze di cambiamento ed l’indole sorniona ed opportunista del loro paese e dei loro connazionali.

A venirci in aiuto c’è la rilettura di un bellissimo saggio, uscito per la prima volta per la Sugarco negli anni Ottanta e poi ristampato con ulteriori contributi nel 1994 e nel 2011, “La rivoluzione conservatrice in Italia” di Marcello Veneziani. Il libro è un tentativo coraggioso di delineare un’ideologia italiana, nella storia e nella politica ma prima ancora nella letteratura e nell’arte, come canale di aggregazione trasversale che superi le false dicotomie che hanno condannato l’Italia all’immobilismo: risorgimento-antirisorgimento, fascismo-antifascismo, Dc-comunismo, etc. La prima edizione del libro per la Sugarco, casa editrice socialista, creò un polverone mediatico ed un terremoto all’interno della stessa casa, con le pubbliche dimissioni dell’allora direttore Flores D’Arcais, sconcertato che un editore socialista pubblicasse il saggio di un filosofo missino (a proposito di antifascismo e tolleranza…). In realtà la convergenza tra il saggio e l’editore socialista non fu un caso: erano gli anni in cui il partito socialista, con la guida di Craxi, sembrava orientato verso una svolta in una direzione identitaria e nazionale, patriottica e trasversale, che superasse la stagnazione ed il consociativismo tra Dc e Pci, e che perfino indicasse una terza via alternativa al capitalismo ed al comunismo, agli Usa e all’Unione Sovietica. Lo stesso Veneziani lancia un appello velato nel testo, quando, dopo aver citato le ragioni dell’inadeguatezza di Dc e Pci a rappresentare un rinnovamento dell’ideologia italiana, scrive: “Il partito socialista avrebbe potuto sin dalle origini farsi promotore di una “ideologia italiana”, con tratti nazionali e socialmente avanzati, al contempo autonomi dal bipolarismo internazionale. Aveva le carte in regola per porsi al di fuori dell’atlantismo e del sovietismo. Ma per lunghi anni il socialismo ha subito la subalternità al comunismo (anche sovietico) e poi l’abbraccio inibitorio del partito democristiano (e del “partito americano”). Ma potenzialmente aveva, e in parte ha ancora, i requisiti per comporre una linea autonoma di dignità nazionale, nell’ambito di una solidarietà europea.”

Il craxismo fallì, per demeriti suoi e per congiunture esterne (a ciascuno decidere se siano stati maggiori i primi o le seconde). La descrizione di Veneziani è però pregnante: oggi si sente la necessità di un partito che in ambito economico persegua nuove strade per la giustizia sociale, senza incorrere nelle follie dell’egualitarismo o della statolatria; che in ambito etico assuma un profilo conservatore, nel senso di conservazione del patrimonio culturale ed ambientale, storico e popolare dell’Italia e degli italiani; ed infine che sappia riaffermare un sobrio amor patrio, senza derive scioviniste ma senza neppure cedere ad un internazionalismo ebete, ad un terzomondismo vago o peggio a quella forma tutta italiana di autodenigrazione che è ampiamente criticata in questo saggio, e che anche ultimamente è stata stigmatizzata da Alberto Bagnai, che non esita a parlare di sciocco “autorazzismo”.

Non è un caso che nel libro ritornino espressioni tipo “socialismo conservatore” o “socialismo tricolore” (quest’ultima di Giano Accame) a cui noi potremmo aggiungere quella orwelliana di socialismo antiprogressista. Questo sarebbe un partito finalmente nuovo, lontano dalla ribalta mediatica ma vicino all’indole più autentica degli italiani, alla loro testa e al loro cuore, più che, come dice qualcuno per snobismo, alla loro pancia. Un partito così infatti darebbe cittadinanza ad una parte del paese da sempre larghissima e inascoltata, a quella maggioranza che, per propria acquiescenza o per l’altrui fragore, è sempre costretta a restare “silenziosa”. Ma un partito così sarebbe in grado di fare una rivoluzione? E perché per farla si deve passare necessariamente dall’ideologia italiana?

Veneziani lo spiega in modo convincente all’inizio del saggio, citando Ugo Spirito e Augusto del Noce. Il primo scrive che “la storia del nostro paese è caratterizzata da secoli dall’impossibilità di movimenti rivoluzionari…In Italia non si fanno rivoluzioni”; il secondo annota acutamente, in un saggio dall’eloquente titolo Il suicidio della Rivoluzione, che l’unica rivoluzione possibile in Italia dev’essere “rassicurante”. In questo senso Veneziani caldeggia una rivoluzione conservatrice: l’Italia non è un paese rivoluzionario nel senso delle grandi rivoluzioni della modernità, per indole e temperamento, non accetterebbe una rivoluzione contro il proprio quieto vivere e contro le proprie consuetudini, contraria alla tradizione e all’identità, che sancisse una frattura insanabile col passato e con le origini. In Italia una rivoluzione può essere attuata se sa essere rassicurante, o conservatrice: cioè se si compie non contro ma con il paese e la sua tradizione, il popolo e la sua identità. Veneziani sostiene che in questo consistette la superiorità di Mussolini nei confronti di Gramsci: il primo aveva saputo conciliare spirito rivoluzionario e attenzione conservatrice, un animo socialista e libertario con una vocazione nazionale e patriottica, la nozione di egemonia culturale con l’attenzione (almeno di facciata) per il popolo e le masse; il secondo invece aveva visto la rivoluzione come tentativo di affrancare gli italiani dalla loro italianità, aveva pensato una rivoluzione contro o nonostante le masse, che passasse solo per le biblioteche e per l’egemonia sulla cultura ma che in fin dai conti guardava con sdegnosa sufficienza all’uomo comune.

Ovviamente, la nozione di rivoluzione conservatrice è scivolosa: può essere una grandiosa operazione che sappia svecchiare le classi dirigenti e portare nel palazzo le istanze e le priorità del popolo, notoriamente conservatore; beninteso può altresì essere un tentativo gattopardesco di celare dietro una finta rivoluzione una sostanziale conservazione, per fare in modo che “tutto cambi perché nulla cambi”. Qual è il discrimine tra una seria rivoluzione conservatrice ed un’operazione di rinnovamento superficiale che cela il mantenimento di vecchi equilibri? Per Veneziani è, sostanzialmente, la cultura. Scrive l’autore: “Quando la pratica politica si è dissociata dalle sue giustificazioni ideali, quando la politica si è fatta politicantismo, dimenticando ogni disegno storico, ha ripercorso in negativo il disegno di una rivoluzione conservatrice; è divenuta cioè la sua caricatura, la sua deformazione.” I veri conservatori rivoluzionari sono quelli che agiscono avendo presenti le dinamiche storiche, politiche, filosofiche e sociali che li precedono: coloro che camuffano la conservazione dello status quo con una rivoluzione di chiacchiere sono invece protagonisti inconsapevoli della storia, inadeguati ai loro compiti ed impreparati per gestire le proprie prerogative. Passa tutta qui la differenza tra il trasformismo di De Pretis e la Real Politic di un personaggio per controverso come Crispi, che Veneziani nonostante tutto salva; tra l’ambiguità del giolittismo e l’eterogeneità del fascismo, che pur nei suoi errori ed orrori fu un movimento che, prima di riversarsi nell’azione politica, anche violenta, fu incamerato per due decenni nella cultura italiana, dal futurismo all’attualismo di Croce e Gentile, dal relativismo di Rensi al misticismo di Evola, dalle riviste di Maccari alla Voce (Prezzolini, che pure non fiancheggiò mai direttamente il fascismo, ma ne fu anzi spettatore distaccato dall’America, scrisse dopo la Marcia su Roma che “Mussolini sta facendo le cose che ho detto per vent’anni”). A voler essere provocatori, oggi questa differenza si può rintracciare anche nella differenza  tra il rinnovamento superficiale e culturalmente vacuo della Leopolda e del renzismo e l’azione controculturale, reale e pregnante dell’Intellettuale Dissidente.

Tutto, o quasi, sta nel seguire la scia di trenta secoli di Storia e Civiltà italiana. Sarà un caso, ma quando abbiamo tentato di accodarci agli altri siamo risultati goffe caricature, imbarazzanti epigoni, siamo stati degradati a provincia dell’occidente-basti pensare alle maldestre importazioni in campo politico del colonialismo, del centralismo giacobino, ultimamente del bipolarismo parlamentare; sul piano filosofico della filosofia neopositivista; sul piano del costume della retorica surreale dei diritti civili. Viceversa, quando abbiamo tentato di battere una strada coerente con la nostra identità, laboriosa ed oziosa, moderna e classica, scientifica e poetante, rivoluzionaria e conservatrice, europea ma mediterranea; abbiamo partorito eccellenze ed indotto gli altri ad imitarci. Forse davvero la nostra sola ideologia, trasversale e condivisa, dovrebbe essere l’Italia, e la nostra sola rivoluzione una rivoluzione che la conservi.