Pubblichiamo in esclusiva un recente articolo di Alain de Benoist tradotto in italiano da Claudio Davini

Talvolta ci si domanda che cosa l’Europa abbia offerto al mondo e quale sia, in particolare, il tratto caratteristico che la contraddistingue. La miglior risposta al suddetto interrogativo è forse questa: la nozione di oggettività. Ogni altra cosa, infatti, segue da questo concetto. L’idea dell’individuo e della sua libertà;  l’idea di un bene comune distinto dagli interessi particolari; l’idea di una giustizia come ricerca dell’equità – ossia il contrario della vendetta –; l’etica della scienza e il riguardo per i dati empirici; il pensiero filosofico, che si è emancipato dalla fede e preserva, custodendola, la facoltà del pensatore di riflettere sul mondo e ricercare la verità a partire da se stesso; lo spirito del limite e la possibilità dell’autocritica; l’attitudine al dialogo ed anche la nozione di verità.

Ora, l’universalismo rappresenta una corruzione dell’oggettività. Laddove l’oggettività è conseguita mediante un’attenzione alle cose particolari, l’universalismo, dal canto suo, pretende di definire il particolare a partire da una nozione astratta posta arbitrariamente; invece di dedurre la coscienza dall’essere, procede nella direzione opposta. L’universalismo, insomma, non consiste in una trattazione oggettiva delle cose, ma in un’astrazione generale dalla quale si ritiene che la natura delle cose debba seguire. Esso descrive l’opposto simmetrico della metafisica della soggettività, la quale riduce il bene a quello che è bene per me o per noi, e il vero al giudizio della coscienza di un singolo. La tradizione europea, però, ha sempre affermato la necessità, per l’uomo, di battersi contro la sua immediata soggettività. Come disse Heidegger, la storia della modernità è la storia dello svelamento della metafisica della soggettività. La soggettività, inoltre, conduce necessariamente al relativismo – per cui ogni cosa sarebbe valida, fondata – e perviene, in questo modo, alla conclusione dell’universalismo: tutte le cose sono valide. Secondo il relativismo, il mio punto di vista dovrebbe prevalere per la sola ragione che è mio. Così, i concetti di giustizia e bene comune vengono distrutti in un sol colpo.

L’ideologia dei diritti umani fonde questi due errori: è universalista nella misura in cui desidera imporsi ovunque senza una previa considerazione, delle tradizione e dei contesti; ed è soggettivista in quanto definisce diritti gli attributi soggettivi del singolo individuo. “L’intronizzazione dei diritti umani”, scrive Marcel Gauchet, “è il più grande avvenimento politico e ideologico degli ultimi vent’anni.” I diritti umani, aggiunge il filosofo, “sono divenuti “il centro ideologico di gravità.” E sono sul punto di rimpiazzare, in maniera egemonica, ogni sorta di discorso politico e sociale, i quali, un tempo, s’esprimevano con parole che oggi sono state screditate – tradizione, nazione, progresso, rivoluzione – per divenire l’unica bussola di un’epoca disorientata e garantire un minimo di moralità ad un mondo in confusione. Secondo Robert Badinter, i diritti umani costituiscono “l’orizzonte morale del nostro tempo”, mentre per Kofi Annan dovrebbero diventare “le basi di ogni società”. I diritti umani contengono “sostanzialmente l’idea di un vero e proprio governo mondiale”, dichiara Jean Daniel.

Ma i diritti umani sono più di questo. Basati su proposizioni considerate evidenti di per sé – “noi riteniamo queste verità di per se stesse evidenti” leggiamo nella Dichiarazione d’Indipendenza del luglio 1776 – si presentano come i nuovi Dieci Comandamenti. In qualità di nuovo fondamento dell’ordine umano, sembrano possedere un carattere sacro. I diritti umani possono, così, esser definiti come “il credo dell’umanità” (Nadine Gordimer) e come “una religione global–secolare” (Elie Wiesel). Essi sono, scrive Régis Debray, “l’ultima, in ordine di tempo, delle nostre religioni civili, l’anima di un mondo senz’anima.” Prova di questo ne è la loro natura dogmatica: non può essere messa in discussione. Ecco perché oggi pare inopportuno, blasfemo e scandaloso criticare l’ideologia dei diritti umani come un tempo si metteva in discussione l’esistenza di Dio. Al modo d’ogni religione, la narrativa dei diritti umani cerca di far passare i suoi dogmi come talmente assoluti da non poter essere dibattuti a meno di non esser stupidi, disonesti o scellerati. Presentando i diritti umani appunto come umani, come universali, questi vengono allontanati necessariamente dalla critica – vale a dire dalla possibilità di essere messi in discussione dalla ragione – e, allo stesso tempo, i loro oppositori vengono posti oltre il confine dell’umanità, perché nessuno che combatta coloro che parlano in nome dell’umanità potrà farlo rimanendo umano egli stesso. Infine, come i credenti d’un tempo ritenevano di dover convertire con ogni mezzo infedeli e miscredenti, così i seguaci del credo dei diritti umani si considerano legittimamente investiti dal compito di imporre i loro principi a tutto il mondo. Teoreticamente fondata su un principio di tolleranza, l’ideologia dei diritti umani si palesa in questo modo come portatrice della più estrema intolleranza. Le Dichiarazioni di Diritti, insomma, non sono tanto dichiarazioni d’amore quanto proclamazioni di guerra.

Tuttavia oggi i diritti umani non hanno solamente l’obiettivo di supplire all’assenza d’ideologie, seguita al collasso delle “grandi narrazioni”. Essi, cercando d’imporre a ciascuno una particolare norma morale, mirano anche a consegnare all’Occidente una buona coscienza tale per cui questo possa ancora una volta affermarsi come modello e denunciare come “barbari” coloro che rifiutano questo stesso modello. Nella storia, i “diritti” sono stati forse troppo spesso quelli che i signori dell’ideologia dominante hanno deciso di definir tali. Associati all’espansione dei mercati, i diritti umani costituiscono la corazza ideologica della globalizzazione; ma soprattutto sono uno strumento di dominio, e dovrebbero essere giudicati sulla base di questo. Gli uomini dovrebbero poter combattere ovunque la tirannia e l’oppressione. È perciò evidente che avversare l’ideologia dei diritti umani non significa invocare l’ascesa del dispotismo, ma rifiutarla è invero il miglior modo per porvi rimedio. Bisogna interrogarsi sulla validità dei fondamenti di questa teoria, sullo statuto nomologico di questi diritti e sulle possibilità di manipolazione cui possono esser soggetti: solo così potremo proporre una soluzione.

La libertà è una virtù cardinale. È l’essenza stessa della verità. Ed è proprio per questo che dovrebbe esser rimossa dal solco dell’universalismo e della soggettività. Non è probabilmente una caso che i diritti umani vengano rivendicati con forza in una società sempre più disumanizzata, dove gli individui stessi tendono a divenire oggetti, e dove la commercializzazione delle relazioni sociali produce dappertutto nuovi fenomeni di alienazione. Ci sono molti modi per manifestare solidarietà e rispetto nei confronti degli uomini. La questione delle libertà non può essere risolta in termini di legge o di moralità: è soprattutto una questione politica. E per questo dovrebbe essere risolta politicamente.