Tutti hanno diritto ad una opinione, ma non per questo tutte le opinioni sono valide”.

Ogni anno vengono stimati un numero compreso tra 10 e gli oltre 100 milioni all’anno di vertebrati utilizzati nel campo della ricerca, dal pesce zebra ai primati. Tra queste stime però non si conosce il numero esatto di animali utilizzati per la cosmesi.
Ma quanta disinformazione c’è dietro la sperimentazione e dietro al lavoro del ricercatore?
Le proteste di ottusi ‘animalisti’ contro la vivisezione raccolgono il favore del pubblico anche e soprattutto grazie a campagne mediatiche prive di contenuti e volutamente scorrette a livello linguistico: si tratta di campagne di disinformazione sistematica.
Vivisezione’ è proprio la pietra dello scandalo, si tratta del termine che più fa discutere e più conduce su una strada errata. Ormai viene utilizzato troppo spesso con un’accezione scorretta, in radio e televisione passano spot promozionali di un’iniziativa europea il cui tema è la richiesta di fermare proprio la vivisezione.

Ma per ‘Vivisezione’ cosa intendono e cosa in realtà dovremmo intendere? Sicuramente si tratta di una parola estremamente forte ed evocativa. L’immagine, che si rifà alla parola tanto in voga fra gli animalisti anti-vivisezione, però richiama volutamente, per fini propagandistici e in modo scorretto, ad immagini forti quali “aprire” l’animale in vita e farlo soffrire. Peccato però che questa pratica è stata bandita già da tempo.
Analizzando il termine letterale della parola ci accorgeremmo che si tratta di sezionare qualcosa di vivo, ovvero una qualunque operazione chirurgica, anche su un umano. Tutto ciò che va alla semplice esportazione dell’appendice a pratiche mediche più serie è complesse, può essere definita con il termine ‘Vivisezione’. Quindi è ben lungi dall’essere quella che correttamente dovrebbe essere definita ‘Sperimentazione animale’, dove ci si riferisce a quelle tecniche utilizzate al fine della sperimentazione e della ricerca, ma che contemplano solamente l’utilizzo di animali anestetizzati e per cui il massimo dolore fisico provocato a questi (secondo il protocollo dei laboratori) è quello di una puntura.

Altro punto importante della disinformazione causata dalla propaganda di animalisti stop-vivisection e dei suoi sostenitori concerne l’utilizzo della frase “parte della comunità scientifica ritiene la vivisezione inutile”: assolutamente errato, disinformativo e deviante. Che la sperimentazione non sia etica nei confronti degli animali che inconsapevolmente vengono sacrificati è corretto, ma si tratta anche di una necessaria realtà seppur triste. È un dato di fatto che le norme di laboratorio siano volte a minimizzare lo stress psicologico e il dolore fisico dell’oggetto della sperimentazione.
Un ricercatore in ogni caso valuta attentamente se è necessario sopprimere un animale che può arrivare a costare addirittura 1000 dollari e anni di lavoro.
Iniziative volte ad abolire le cavie nei laboratori propongono alternative come la sperimentazione in vitro o le simulazioni a computer in modo del tutto inappropriato e ancora una volta disinformante. La sperimentazione in vitro che consiste nell’utilizzo di colture cellulari derivate dagli animali o dall’uomo è ampiamente applicata, ma estremamente incompleta se non integrata con un successivo approccio in vivo.
Un’altra alternativa sarebbe data dall’ingegneria tissutale, che senza ombra di dubbi sta facendo grandi passi nella costruzione di organi artificiali, ma purtroppo non è ancora in grado di fornire alternative mature alla complessità di un organismo. Nemmeno le tanto decantate simulazioni in silico, ovvero simulazioni al computer, danno un’alternativa plausibile alla sperimentazione su cavie animali, in quanto si tratta di modelli costruiti sui dati ricavati dalla sperimentazione stessa.

I ricercatori vengono dipinti come assassini, prezzolati e sadici, ma rimangono solamente  dei ricercatori. Studiano anni per poter seguire una passione che consiste anche nel fare del bene e salvare vite umane, e non solo. Quello che i gruppi di animalisti fanno è denigrare completamente la loro immagine e vanificare i progressi ottenuti.
Non si fa altro che parlare di fuga di cervelli, ma basterebbe creare un ambiente migliore per la ricerca. Nel caso dell’Italia la percentuale dei ricercatori costretti ad espatriare è vertiginosamente alta, all’estero infatti godono di uno stipendio più alto, ma soprattutto di maggiori considerazioni.