Viviamo immersi all’interno di un’epoca di totale precarietà, su ogni fronte. È un dato ormai risaputo. Ogni singolo ambito del reale e delle nostre esistenze, oggi, si trova, drammaticamente, a dover fare i conti con una miriade di problematicità, inquietudini, disagi, insicurezze e disordini d’ogni tipo. La scienza, la tecnica, la medicina raggiungono livelli sempre più illuminati, procedendo a velocità di sviluppo grandiose, quasi irreali, mentre, l’esistenza del soggetto (dell’uomo moderno), sprofonda sempre più in un regresso all’infinito a moto uniformemente accelerato, approdando verso uno stato di disarmante lentezza realizzativa. Infatti, le società capitaliste, figlie del “glorioso” periodo industriale che caratterizzò l’intero mondo occidentale degli ultimi secoli, hanno consumato ogni energia, investito ogni mezzo possibile nel miglioramento e nello sviluppo degli ambiti economici, tecnologici e quotidiani della vita del soggetto, ignorando, in realtà, le conseguenze sostanziali, dal punto di vista psicologico ed esistenziale, che questa accelerazione  implica nella vita dell’uomo. La società industriale, a partire dal XIX secolo, ha intensificato nettamente la propria opera, producendo anche un apparente benessere attorno a noi. Ma, al tempo stesso, ha scatenato le più tragiche forme di instabilità, di evanescenza e insicurezza sociale. Come affermava Adorno nel suo saggio, viviamo una totale “Crisi dell’individuo”. Non si tratta di una crisi solamente economica, finanziaria o sociale, ma di una crisi dei rapporti in generale (connaturata all’esistenza propria del capitalismo), con inevitabili conseguenze sulla sfera psichica del soggetto umano.

Molti intellettuali, nel corso del Novecento, denunciano questo stato di totale de-personalizzazione che gli individui moderni si trovano a dover subire, in nome di un principio di identità comune ed universale.  Nella fattispecie, questo processo di uccisione dell’IO, di dissolvimento del tratto particolaristico di ogni singolo soggetto umano, di immersione in un abisso di estrema confusione ed alienazione, non si manifesta semplicemente nelle forme del politico e nell’ambito della cultura dominante ma, soprattutto negli ultimi decenni, nelle forme dei rapporti di lavoro tra imprenditore e dipendente. Oggigiorno, é molto in voga la tendenza, da parte delle imprese, a stipulare, coi neo-assunti (specialmente appartenenti alla categoria generazionale dei “giovani”), i cosiddetti “contratti a termine”, “A tempo determinato”, “A progetto”, che talvolta assumono le più sconosciute diciture prese in prestito dal consueto linguaggio anglofono. Queste tipologie di contratto, nella sostanza, costringono il neo-assunto a vivere in una condizione di costante attesa e speranza, tra il rinnovo di un contratto e la stipulazione di un altro (tra fasci temporali brevissimi), non potendo, in alcun modo, realizzare solidi progetti futuri e vivendo in questo interminabile e dialettico passaggio da una condizione ad un’altra, senza poter vivere un normale processo d’esistenza lineare. Certi “brillanti” esponenti delle scienze economiche moderne, tra i quali l’ex premier Mario Monti (l’indiscusso profeta dello “Spread economico”), si fecero, a loro tempo, paladini convinti di questa ormai univoca rotta sociale, acclamandola e presentandola all’opinione collettiva come “necessaria” ed “inevitabile”.

Analizzando le dinamiche reali che in realtà produce questa drastica precarizzazione del sistema, questa apparente fluidità nei rapporti, si giunge a conclusioni opposte. La forma contrattuale a termine ha posto migliaia di soggetti nella drammatica condizione di non possedere più, come ad esempio invece accadeva nel passato, un preciso “status quo”, di non potersi più permettere il lusso ed il diritto esistenziale di pianificare liberamente e spontaneamente il proprio futuro, di non essere più in grado, per forza di cose, di produrre un lineare e fluente piano di vita, che sia in linea con la propria predisposizione di base, i propri talenti, le proprie competenze e le proprie più profonde aspirazioni. Se in passato esistevano professioni e ruoli sociali ben definiti, ma, sopratutto, identità sociali chiaramente impostate (esisteva il fabbro, il medico, l’insegnante ed il postino), ed un uomo o una donna potevano permettersi di svolgere fino alla pensione quella precisa professione nella quale si vedevano realizzati e collocati. I giovani d’oggi, invece, si trovano nell’opposta condizione sociale, potendo essere un mese apprendista operaio, l’altro commesso in un fast-food e l’altro ancora venditore porta a porta di aspirapolveri.

Ecco in cosa consiste la crisi del soggetto di cui si parla: in questo evolversi costante di forme sociali ed economiche in grado di smantellare ogni possibilità di identificazione psicologica e sociale del soggetto, di realizzazione concreta dell’individuo nel mondo, di costituzione di un sé individuale chiaramente costituito. Tuttavia, il gioco di poteri é sempre il medesimo: il disarmo totale della coscienza, la de-nuclearizzazione del pensiero. Uno tra gli effetti più immediati, in ambito culturale, di questa strutturazione di una società disorientata e priva di riferimenti é, ad esempio, l’ormai nota “teoria del gender” (quella pseudo-dottrina filosofica che si impone di proporre una visione antropologica totalmente diversa, dove non esiste più identità sessuale). Non esiste più un ordine ontologico nei sessi (questi sono mera costruzione artificiale) e, pertanto, non esiste nemmeno più un’identificazione di genere, una sessualità naturale. Freud é morto, i “saggi sulla teoria sessuale” sono tragicamente annullati. Il potere, nel frattempo, con la sua retorica di costume, propaganda questo stato di disordine dell’individuo, spacciandolo per unica possibile alternativa e, addirittura, per unica possibilità di crescita individuale del soggetto. Intanto, mentre il politico di turno sostiene con ogni mezzo questa tendenza alla precarizzazione che asseconda un potere che  ambisca alla creazione di soggetti mercificati costantemente schiavi, sottomessi, inquieti ed impauriti, i giovani di tutto il mondo rinunciano al proprio talento, alla propria natura, alla concretizzazione e alla messa in pratica delle proprie competenze e potenzialità interiori, consumando il proprio futuro tra un contratto come venditore di panini ed un altro come venditore di elettrodomestici, non cogliendo mai un orizzonte di vita vividamente visibile. Citando Marx, il capitale “non smette di celebrare le sue orge”, continuando a fondare il proprio strapotere economico e politico sull’incertezza e la debolezza dello sfruttato.