«Il benessere, insieme al suo figlio il ‘politically correct’, ha compresso innaturalmente tutti i nostri istinti fra cui c’è anche l’aggressività. E un quantum di aggressività è invece necessario perché fa parte della vitalità. Il nostro atteggiamento tremebondo di fronte agli immigrati deriva proprio da questo: che loro sono vitali, noi non più».
Massimo Fini

Pochi giorni fa Luca Steinmann, sull’onda dei fatti di Colonia, ha ricordato, in un articolo per Il Giornale, le violenze e gli stupri commessi dalle truppe marocchine degli Alleati ai danni della popolazione italiana durante l’ultima guerra mondiale. L’articolo ha riportato alla memoria fatti in qualche modo analoghi alle ultime vicende tedesche, altro capitolo della difficoltà europea nell’affrontare la questione immigratoria. Steinmann, nel suo articolo, ha ricordato quando, durante la Seconda guerra mondiale, le truppe marocchine fecero carne da bordello, più che da macello, delle donne della Ciociaria, memorabilmente riportate nella narrazione letteraria de La Ciociara di Alberto Moravia. Bisogna però ricordare che insieme a quelle donne stuprate (magari davanti agli occhi delle madri, che di lì a poco avrebbero seguito le figlie), vi furono anche uomini e – tenetevi forte – bambini.

Fu Curzio Malaparte con il suo indimenticabile romanzo La pelle a raccontarlo. E dalla Ciociaria ci si sposta a Napoli. Agli occhi di chi scrive pareva doveroso ricordare fatti tanto aberranti per il valore storico e morale che essi contengono. E poi La pelle è un romanzo così importante per la Storia e la Letteratura italiana. «I prezzi delle bambine e dei ragazzi, da qualche giorno, erano caduti, e continuavano a ribassare. Mentre i prezzi dello zucchero, dell’olio, della farina, della carne, del pane, erano saliti, e continuavano ad aumentare, il prezzo della carne umana calava di giorno in giorno». Così Curzio Malaparte descrisse la miserabile situazione del popolo di Napoli durante lo sbarco alleato. Una situazione talmente tragica e disastrosa da essere inserita nel primo capitolo, intitolato – non a caso – “La peste”. Titolo che, nelle iniziali intenzioni dell’autore, avrebbe dovuto suggellare l’intero romanzo. Poi però arrivò Albert Camus che lo anticipò con il suo La peste. E Malaparte dovette ripiegare sul titolo ormai noto in tutta Italia, oltre che in Europa e nel mondo.

Non si erano mai venduti i bambini a Napoli, non si era mai arrivati a tanto. I bambini erano sempre stati la cosa più sacra per il popolo napoletano. Questi “bambini che si prostituivano per una scatola di caramelle” lo fecero per fame, per un tozzo di pane, sfigurati dalla guerra, ridotti a niente. E se i bambini erano la cosa più sacra, allora i napoletani vendettero la propria anima, in quei giorni, pur di aver salva la pelle…per una scatola di caramelle, per un po’ di cibo. La situazione fu tanto tragica che nemmeno il detto “vender cara la pelle” qui può valere. Un chilo di pane valeva più di un chilo di carne umana. Truppe di soldati marocchini, coi loro pastrani, le loro sciabole e i loro turbanti, tastavano schiena, gambe e glutei di ragazzi e bambini – di entrambi i sessi – per valutare il reale valore della mercanzia, scegliendo così l’affare migliore. Come si faceva con gli schiavi ai tempi dei romani, o con i negri d’America in tempi più recenti.

”This bastard people!”. Questa la definizione che degli italiani dà il Colonnello Hamilton dell’esercito americano, aprendosi il passo in mezzo alla “terribile folla napoletana squallida, sporca, affamata, vestita di stracci”, nelle pagine del romanzo. Questa fu la figura che facemmo noi italiani davanti agli occhi (superficiali) dei liberators. Liberatori che, per una strana amnesia, dimenticano che fino a tempi (storicamente) recenti gli stessi atti venivano commessi nella loro terra d’America, nei confronti del popolo afro. Che non vengano a dare lezioni di umanità a noialtri, gli americani! Furono loro a portare la peste: «La “peste” era scoppiata a Napoli il 1° ottobre 1943, il giorno stesso in cui gli eserciti alleati erano entrati come liberatori in quella sciagurata città. […] L’atroce sospetto che lo spaventoso morbo fosse stato portato a Napoli dagli stessi liberatori […] divenne certezza nell’animo del popolo quando si accorse, con meraviglia confusa a superstizioso terrore, che i soldati alleati rimanevano stranamente immuni al contagio […] che mieteva le sue vittime unicamente fra la popolazione civile […] allargandosi a macchia d’olio nel territorio liberato, di man mano che gli eserciti alleati andavano faticosamente ricacciando i tedeschi verso il Nord». Però Malaparte aggiunge che «era severamente proibito, con la minaccia delle più gravi pene, insinuare in pubblico che la peste era stata portata in Italia dai liberatori».

«Umana cosa è aver compassione degli afflitti». Con questa massima Giovanni Boccaccio introduce il suo Decamerone, altra opera ispirata dalla peste. E se per gli americani noi italiani altro non eravamo che “bastard people”, bisogna ammettere che gli Alleati, durante lo sbarco, persero parte della loro umanità – come tutti, d’altronde. Ma Malaparte ricorda che «sebbene sia antica tradizione dei vinti odiare i vincitori, il popolo napoletano non odiava gli Alleati. Li aveva attesi con ansia, li aveva accolti con gioia. La sua millenaria esperienza di guerre e d’invasioni straniere gli aveva insegnato che è costume dei vincitori ridurre i vinti in schiavitù. In luogo della schiavitù, gli Alleati gli avevano portato la libertà». Schiavitù in cambio della libertà: che bell’affare. Un paradosso purtroppo realizzatosi. Possiamo noi, oggi, dirci liberi dagli americani?

Ma vi è qualche altra domanda da porre prima di arrivare al nocciolo della questione. Nel giorno di Capodanno, il popolo di Colonia non ha difeso le proprie donne molestate, palpeggiate, importunate da un gruppo di immigrati di origine araba. Dov’erano quindi gli uomini di Colonia? Perché non hanno difeso le proprie donne? Queste domande si è posto Pietrangelo Buttafuoco in un suo articolo su Il Foglio, lo scorso 8 gennaio. «Per un episodio così […] in Sicilia si fecero i Vespri», ha giustamente ricordato. Quando il francese Drouet fu irriguardoso nei confronti di una “picciotta”, il marito della sfortunata «non ci pensò un solo momento: passò a fil di spada il vastaso e subito dopo, in tutta la Sicilia, scoppiò la rivolta. Mettendo fine all’invasione». Era il 1282… Uomini d’altri tempi.

Se il popolo napoletano, sfiancato e tramortito dalle brutture della guerra dovette abbassarsi a far elemosina della carne pur di avere salva la pelle, gli uomini di Colonia non hanno queste attenuanti. Se non hanno difeso l’onore delle proprie donne in quel frangente è per mera vigliaccheria, figlia del nostro tempo. Secondo Malaparte dovremmo imparare dal popolo napoletano, il più umano del mondo. Ma secondo noi, invece, è dal popolo siciliano che dovremmo imparare: il popolo più virile del mondo. Prima, durante la guerra, la pelle la si vendeva per la fame, per la vita. Ora fame non ce n’è, in Occidente. È proprio il benessere ad averci indeboliti. Infatti, solo pochi anni fa, nel maggio del 2012, Massimo Fini scriveva sulle colonne de Il Fatto Quotidiano quanto segue: «Qualche tempo fa mi è capitato di assistere in Corso Buenos Aires – una grande strada commerciale di Milano – a questa scena. Due giovani italiani, un ragazzo e una ragazza sui trent’anni, hanno incrociato un albanese che ha squadrato dalla testa ai piedi, con insistenza, la donna, in un modo oggettivamente offensivo. Il ragazzo si è permesso di dire qualcosa all’albanese che lo ha ripagato con un tremendo ceffone. E il ragazzo, tenendosi la guancia: “Ma no, parliamone…”. Parliamone? Doveva riempirlo di botte».

Siamo passati dal fare la figura dei “bastardi” a quella dei vigliacchi, noi uomini d’Occidente. Altro bell’affare. Stiamo perdendo ogni pulsione, ogni vitalità, oltre alla stessa virilità. Non riusciamo più a difendere le nostre donne per paura di affrontare il prossimo, da uomo a uomo.
Con quale faccia noi figli del Progresso abbiamo il coraggio di dirci uomini? Con la faccia di bronzo che ci appartiene: piena di sputi.
Abbiamo perso quella “nobile volontà di ferire” che un tempo avevamo. Ci siamo venduti l’anima pur di aver salva la pelle.

«Vi è qualcosa di bestiale in una rissa; ma la volontà di ferire è più nobile della bassa stanchezza che conduce a tenersi gli sputi nella faccia».
Carlo Emilio Gadda