Loredana Pecorini, in arte Lalla. Con la sua libreria di Foro Bonaparte a Milano, è stata il punto di riferimento per molti amanti dei buoni libri e della musica. Poi, con la crisi dell’editoria, ha dovuto chiudere i battenti. Francesca Amè, in un articolo sul Giornale del 2012, ha definito la Libreria Pecorini “la Spoon River delle librerie indipendenti…un pezzo di storia meneghina”. La foto che accompagna l’articolo in questione ritrae Lalla Pecorini in tutto il suo candore: sorride alla macchina, appoggiata ad uno splendido pianoforte. Perché, oltre ad essere un libreria, quella di Foro Bonaparte fu anche una stanza della musica. Ora la Libreria Pecorini non c’è più e la sua proprietaria neppure: è morta pochi giorni fa, il 7 settembre 2016. In data 11 marzo di quest’anno siamo andati ad intervistarla. Attendevamo le correzioni da parte sua, ma la malattia ha preso il sopravvento e non le è più stato possibile. La pubblichiamo così, nella convinzione di farle un omaggio e non un torto.

Sig.ra Pecorini, come è cominciata la crisi dell’editoria in Italia?

Un tempo gli editori pubblicavano quello che piaceva a loro. Ciò che loro pensavano fosse giusto pubblicare, pagando per potersi aggiudicare quell’autore per poter poi venderne il libro, sapendo di avere un riscontro tra il pubblico. Poi ad un certo punto – a mio parere – gli editori si sono resi conto che gente che scrivesse bene, cose importanti, che potessero interessare alla gente, ce n’era pochissima. E da allora l’editoria ha cominciato a tirare i remi in barca. Perché in Italia sono più le persone che scrivono di quelle che leggono. C’è gente che pretende di scrivere pur non sapendo farlo, e allora l’editore davanti alla richiesta di un nuovo libro risponde: “quanto mi dai se te lo stampo?”. Le cose si sono rivoltate, giustamente… Per me, la crisi del libro è cominciata con la crisi delle idee.

C’è stato quindi un mancato riscontro di idee tra chi vuole pubblicare e chi dovrebbe leggere…

Secondo me c’è stato un degrado anche nella scuola, è stata tutta un’evoluzione in negativo che ha portato all’abbassamento del livello di qualità di quello che veniva pubblicato e di ciò che veniva letto.

Il livello della qualità intellettuale…

Non solo… ma poi c’è anche un altro fatto abbastanza grave, a mio parere. Dato che l’editore ha cominciato a farsi pagare dagli autori per pubblicare, mentre prima succedeva il contrario, ciò ha dato vita ad una marea di pubblicazioni. Ci sono più libri che anime, insomma. Un vero e proprio Tsunami di carta stampata, anche stampata male, dal punto di vista del contenuto e della forma. Tant’è vero che, mi dicevano alla Rizzoli un po’ di tempo fa, l’80% dei libri va al macero.

C’è stata, quindi, una crisi sociale che si lega ad una qualche volgarizzazione dei costumi della società?

Sì, esatto. Un degrado.

C’è stata una mancanza di uno spirito pedagogico forse. Cioè, un tempo il libro educava ed impartiva degli insegnamenti, mentre adesso si tende a fare leva sui bassi istinti del pubblico…

Sì, il pubblico si è degradato, ma penso che sia accaduto non tanto per colpa sua ma per quello che gli veniva proposto. Se io devo andare in libreria e scegliere qualche cosa di buono da leggere, mi trovo davanti centomila cose, scegliere è difficile. Il libraio un tempo leggeva anche… Ultimamente ho letto il libro di Cesarino Branduani in cui racconta l’intera storia della casa editrice Hoepli. Lui è stato il commesso della Hoepli. E lui era, praticamente, la casa editrice. Ha fatto delle cose veramente straordinarie. Metteva una passione nei libri, aveva una volontà di trasmettere tale che era impossibile non rimanerne affascinati e non comprare il libro. Branduani è stato il massimo dei venditori di libri, il massimo dei livelli dell’editoria italiana. Ha dato tanto.

Se non ricordo male, negli anni Trenta, Hoepli ha pubblicato anche la prima edizione di Rivolta contro il mondo moderno di Julius Evola, ne sono quasi sicuro.

Come no!

Lo ha letto Lei?

Lo devo aver letto tanti anni fa. In tanti però hanno preso in mano questi libri e li hanno quasi recintati, in quanto davano una lettura troppo politica. Nella mia libreria Evola non mancava mai.

E gli acquirenti dei libri di Evola?

Era un “pochino” di destra (ride). C’era dell’utopia nelle opere di Evola, ma proponeva anche delle regole di vita a cui attenersi.

Evola li chiamava orientamenti, orientamenti spirituali… 

Esattamente.

Torniamo alla crisi dell’editoria e delle librerie indipendenti. Una delle principali cause della crisi in questione è stato l’avvento dei megastore e il conseguente arrivo di Internet nel mercato librario che forse ne ha segnato la fine. Ma, andiamo all’inizio della Sua carriera. Lei come ha cominciato il Suo lavoro di libraia?

Ho cominciato come distributore di libri, con mio padre. Poi mio padre è mancato nel ’87, e sono andata avanti lo stesso. Ho aperto una libreria all’entrata di Foro Bonaparte a Milano, al civico 48. Perché tutte le case editrici che io avevo scelto come promotrice, non c’era verso di farle vendere in libreria. Così ho deciso di aprire una mia libreria e venderle da me. Prima i librai mi ridevano in faccia quando proponevo i libri di case editrici come Malavasi, Tallone, Vanni Scheiwiller, All’insegna del pesce d’oro, Edizioni scientifiche italiane, Henry Beyle, e molti altri ancora, che pubblicavano quello che piaceva a me,   libri di una certa importanza dal punto di vista editoriale. Io mi sono “ammalata” di libri a Firenze, dai miei zii, alla Libreria Editrice Fiorentina, che aveva pubblicato anche Don Milani o Giovanni Papini, in cui mi portavano i miei genitori da piccola. Era una libreria stupenda, divisa per settori, e ovviamente c’era anche il settore dei libri per bambini. C’erano dei libri con delle xilografie, delle incisioni stupende! È lì che mi sono ammalata di libri.

La Sua libreria di Foro Bonaparte, oltre ad essere una casa dei libri è stata anche una stanza della musica. C’era un piano, un clavicembalo…

Sono stata una delle prime a divulgare la musica rinascimentale barocca. Ed è per quello che ho comprato il clavicembalo e che in seguito vennero a suonare proprio nella mia libreria da tutto il mondo. Laura Alvini, una delle più famose clavicembaliste, che ora è mancata, è stata quella che mi ha introdotto alla musica rinascimentale barocca. Mi ha telefonato poco tempo fa un musicista dal Messico chiedendomi come mai a Milano si potesse far chiudere la Libreria Pecorini, che per lui e altri era stata un punto di riferimento troppo importante. Mi ha detto “io mi sento orfano!”. Venivano da tutto il mondo per il semplice fatto che io avevo le partiture di musica rinascimentale barocca più importanti. Lo dico senza paura di essere smentita. Erano partiture stampate in maniera perfetta.

La libreria Pecorini è stato quindi un luogo di aggregazione, sia per lettori che musicisti.

Per me la Musica, insieme ai libri, è un qualcosa a cui l’uomo non può rinunciare.

Come diceva Nietzsche, senza la musica la vita sarebbe un errore.

Sì, infatti, ha ragione.

Tra i suoi clienti e amici, c’era anche Umberto Eco che Lei ha avuto il piacere di conoscere personalmente. 

Sì, quando si andava in gruppo a mangiare insieme, era lui che teneva la discussione. Veniva fuori con delle trovate incredibili. Non l’hanno mai considerato davvero per quello che era. Per me è stato un grande. Aveva una memoria pazzesca. E aveva accumulato talmente tanta conoscenza che si poteva permettere quello che voleva. Tutto quello che ha scritto dopo Il nome della rosa lo ha fatto per scherzo. La sua passione vera erano i suoi allievi, per loro si sarebbe buttato nel fuoco. Aveva una grande passione per l’insegnamento. C’è un aneddoto, però, che voglio raccontare e che serve a comprendere l’ironia di Umberto Eco. Eravamo alla Biblioteca Vaticana. Potevamo entrare solamente in dieci ed io sono stata fortunata, anche perché ero l’unica donna. Ad accoglierci c’era il bibliotecario. Ad un certo punto Eco si rivolge a lui e gli fa: “Scommetto che Voi non avete la Bibbia di Gutenberg delle 42 righe”. Il bibliotecario suona il campanello, chiama il suo assistente e gli dice: “Vai giù nel cavò e prendi la Bibbia di Gutenberg delle 42 righe”. Poco dopo ce l’ha portata, lasciando Umberto Eco e noi tutti sbalorditi. Eco era emozionato. Fece quella sfida al bibliotecario proprio per farsi portare la Bibbia di Gutenberg che non aveva mai potuto veder prima di allora e che, probabilmente, senza quell’escamotage non avrebbe mai visto. Ecco com’era lui… Era incredibile.

C’è un piccolo aneddoto che voglio raccontarle io, invece. Tra i miei giornalisti e scrittori italiani di riferimento c’è Pietrangelo Buttafuoco, ex libraio, anche lui dovette chiudere la sua libreria. Molti anni fa, in occasione di una cena organizzata dalla Bompiani, conobbe Umberto Eco. Era l’anno de Il pendolo di Foucault. Quella sera parlarono di Julius Evola e di Antaios, la rivista di Mircea Eliade ed Ernst Jünger. Su quest’ultimo Buttafuoco stava facendo la sua tesi di laurea. Alla luce di quest’ultima notizia – dato che gli autori appena citati sono sempre stati considerati proibiti – Umberto Eco gli chiese tutto d’un punto: “E ancora non ti hanno arrestato?”. Quella fu la prima volta che lo incontrò. L’ultima volta, invece, fu in occasione della fondazione della casa editrice La Nave di Teseo, a casa di Elisabetta Sgarbi.
Ecco cosa ha scritto Buttafuoco per commemorare l’appena defunto Umberto Eco: «Gli stavo seduto accanto e tra una discussione e l’altra – “Insomma, sei di destra o sei di sinistra?” – nel sistemarci per la foto, Eco ancora mi ripeteva borbottando: “Si può sapere perché non ti hanno ancora arrestato?”. Ma perché dovrebbero arrestarmi? Gli domandavo sottovoce. E lui, da sotto il suo cappellaccio alla dioboia, mi rispondeva: “Perché non si chiudono le librerie”». E Lei, Sig.ra Pecorini, è pronta alle manette?

Sì, sono pronta (sorride). Ha ragione, non si chiudono le librerie.

Un’altra domanda. Tra le tante cose che si stanno smarrendo c’è anche la perdita di identità. Una perdita che però forse ha un rovescio della medaglia positivo: il superamento delle categorie politico-culturali di Destra e Sinistra. Un tempo si leggeva quasi solo ed esclusivamente autori di riferimento alla proprio area politica, oggi un po’ meno. Pare esserci uno spiraglio di apertura in questo senso. Non è inusuale oggi vedere due ragazzi di Destra e di Sinistra seduti a chiacchierare allo stesso tavolo. E si comincia addirittura a scambiarsi qualche libro. Vede di buon’occhio questa cosa?

Sì, spero ci sarà un giorno un vero e proprio punto d’incontro. È un po’ una mania tutta italiana, una visione del mondo un po’ ristretta. È giunto il momento di aprirsi un attimino e di apprezzare le cose buone, che siano di Destra o di Sinistra. L’importante che siano cose logiche, etiche e che abbiano un senso. Ormai Destra e Sinistra a cosa servono? Direi che non esistono più. Speriamo in uno sviluppo cerebrale che oltrepassi i muri ideologici e le etichette politiche.

 Una speranza per il futuro?

Sì, anche se io negli italiani non ho tanta fiducia (ride).

Chiudiamo allora con una citazione di Giuseppe Prezzolini: “Gli italiani vanno protetti, soprattutto però da loro stessi”.