«Passeggiavo lungo la strada con due amici / il sole stava tramontando / d’improvviso il cielo si tinse di rosso sangue / mi fermai, stanco morto, e mi appoggiai al parapetto / c’erano sangue e lingue di fuoco sul fiordo nero-azzurro e sulla città / i miei amici continuarono a camminare, e io rimasi lì tremando di angoscia / e sentii un urlo infinito attraversare la natura».

Quante volte, osservando un paesaggio incontaminato, si è rimasti in contemplazione, assorti nei colori, nelle luci, nelle ombre con gli occhi di chi sta osservando un qualcosa di fermo, immobile. Quante volte si è guardato al Creato come ad un qualcosa che fosse un semplice scenario, una bellissima ambientazione costruita per l’Uomo. Quante volte abbiamo guardato alla Natura come al semplice ambiente circostante, senza ascoltare il messaggio che Essa cerca di urlare alle orecchie di Noi, sordi uomini. In pochi hanno avuto l’onore, o forse onere, di prestare l’orecchio al suo Verbo. Ebbene, le parole di Edvard Munch sembrano descrivere quella sensazione, negativa forse, ma pur sempre toccante. Egli nella sua più celebre opera, L’urlo, cerca di descrivere quegli attimi che sublimano un’eternità. Degli istanti in cui l’autore ha perso il possesso delle proprie facoltà, lasciandosi trasportare in un turbine di emozioni che si suggellano in un grido sottaciuto che deforma il viso dell’autore. «Non mi riconoscete, ma quell’uomo sono io. […] L’intera scena sembra irreale, ma vorrei farvi capire come ho vissuto quei momenti». L’autore si confonde quasi con l’ambientazione circostante, il suo corpo serpentinato si mescola con il paesaggio retrostante, simboleggiando l’estasi panica vissuta dall’autore. Egli, infatti, smette di essere un semplice individuo e si confonde nel Tutto. Il suo stato d’animo è ignorato dai suoi amici nello stesso modo in cui quest’ultimi ignorano la maestosità di ciò che li circonda, l’Universo.

La Natura norvegese, colei che gridava alle orecchie di Munch, è stata molte volte un topos artistico. La sua bellezza: incorruttibile, maestosa ed ispiratrice ha spesso cercato di entrare in contatto con gli animi sensibili degli artisti. Nel romanzo Pan di Knut Hamsun, la Natura parla con la voce sognante ed armoniosa dell’estate norvegese, del suo chiarore tenue ma diffuso. Il protagonista, Thomas Glahn, narra le sue vicende di vagabondo emarginato dalla società. Un isolamento che, grazie alla sua devozione mistica per la Natura, vive con serenità e soddisfazione. Almeno fino a quando egli non cadrà nelle grazie di un’attraente adolescente dal nome Edvarda. Una ragazza manipolatrice che trascinerà l’ingenuo Glahn in una dimensione amorosa alienante e distruttiva, portandolo in un abisso di passione divoratrice. Quest’amore rivelerà lo scontro tra Natura e società, un’antinomia che trasuderà in tutta l’opera. La Natura, infatti, trasfigura nel personaggio di Glahn, un uomo semplice che nel momento in cui entra in contatto con la società borghese ne esce deformato, alienato ed incompreso. Le sue azioni sono sempre inadeguate, fuori dagli schemi nei quali si cerca di imbrigliare la sua personalità. Le sue parole sembrano vuote e prive di significato e quelle rare volte in cui Edvarda sembra comprenderle, un istante dopo vengono travisate e snaturate. Edvarda, infatti, è l’emblema della società borghese, della società che non ha orecchie per ascoltare il messaggio della Natura, di Pan, di Thomas Glahn.

«La natura, resa muta, diventa una cosa da sfruttare, un oggetto di cui impadronirsi. Fra gli antichi greci, invece, il rispetto del cosmos andava di pari passo con il rifiuto della smisuratezza (βϱις); il rapporto dell’uomo con la Natura era un rapporto di partenariato, o meglio di coappartenenza. È questo rapporto che bisogna ritrovare». (Alain De Benoist, Diorama N. 320)