Ludwig Feuerbach diceva: “siamo quello che mangiamo”.

Nonostante si dia poco conto a quanto inseriamo nel nostro organismo, ciò che ingeriamo attraverso la bocca è parte fondamentale del nostro essere. Siamo l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo ed il cibo che mangiamo. Se si dovesse dar credito alle parole dell’illustre filosofo tedesco, potremmo definire l’umanità come un grandissimo ammasso di immondizia. Imbambolati dall’ansia spasmodica da 3×2 non ci rendiamo minimamente conto di quanto il cibo influisca sulle nostre vite, non solo sul piano salutistico ma anche su quello ecologico, quanto esso condizioni la salute della casa comune, dell’ambiente di cui siamo abitatori coatti. Recentemente si è parlato di nutrition ecology – ecologia della nutrizione – una scienza inter-disciplinare che prende in esame il cibo che mangiamo in relazione a quattro fattori: salute umana ed ambientale, economia e società. Uno studio dalle radici profonde che nasce dalla necessità di valutare le ingerenze della nutrizione umana sull’ambiente circostante. I quattro fattori sopracitati sono, infatti, la base per poter valutare la sostenibilità di un regime alimentare, ovvero quanto esso possa inficiare sulle possibilità di sviluppo delle generazioni future.

Il boom economico e l’espansione coatta del modo di produzione capitalistico hanno coinciso con una crescita vertiginosa del consumo di carne. Si calcola, infatti, che dalla seconda metà del Novecento il consumo globale di alimenti di origine animale sia aumentato di 5 volte, passando da 45 milioni di tonnellate all’anno nel 1950 a 233 milioni di tonnellate all’anno nel 2000. Ciò ha causato naturalmente un vertiginoso incremento del numero di animali allevati: secondo alcuni studi ogni anno verrebbero macellati circa 56 miliardi di animali, escludendo pesci ed animali marini. Cifre che fanno rabbrividire se pensate in relazione all’impronta ecologica che il consumo di carne imprime sulla salute dell’ambiente. La zootecnia è infatti uno tra i fattori preponderanti nell’impiego di risorse idriche ed alimentari, nonché nell’inquinamento delle falde acquifere, nella deforestazione e nell’emissione di gas serra, una tra le più grandi sfide ecologiche con la quale la nostra generazione è costretta a fronteggiarsi. La carne rossa è in generale il cibo che lascia più tracce nell’ambiente: 100 g di manzo comportano l’emissione di 1.600 g di CO2, un valore che è circa 14 volte quello di gas serra medi emessi durante il ciclo vitale di 100 g di frutta e verdura. L’aumento vertiginoso di questo gas è la causa determinante del riscaldamento globale, al quale consegue un enorme squilibro del comparto atmosferico, idrico e biologico influenzando irrimediabilmente le condizioni di vita sul pianeta Terra.

All’aumento della domanda ha conseguito un radicale mutamento delle condizioni di vita degli animali non-umani che “abitano”, o meglio che sono reclusi negli allevamenti intensivi. L’accelerazione dei ritmi di produzione ha reso necessaria la costruzione di mega-strutture che somigliano a veri e propri campi di concentramento nei quali gli animali sono completamente spersonalizzati. Essi, infatti, non vengono più concepiti come degli esseri senzienti in grado di provare emozioni ma come degli oggetti dai quali trarre profitto.  A tal proposito Max Horkheimer aveva configurato la nostra società come un grande grattacielo nel quale ai piani alti svettavano “i grandi magnati dei trust dei diversi gruppi di potere capitalistici in lotta tra loro”, sotto di essi “i magnati minori, i grandi proprietari terrieri” e via via tutte le altre classi sociali incasellate nella coercitiva gerarchia capitalista. Infine, però, il filosofo tedesco si ricordava delle segrete, dei piani più bassi, più infimi del grande grattacielo capitalista: “sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali. Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori si assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato.”