Alla lotta di classe non crede più nessuno. Non va di moda, e non è un tema centrale in nessun partito della variegata, tragicomica, triste realtà della sinistra contemporanea. Specie in un periodo simile, in cui l’oppressione del capitalismo finanziario e dei poteri economici transnazionali manifesta palesemente tutta la sua forza violenta e distruttrice, reinterpretare e aggiornare la lettura marxiana del processo dialettico Capitale-Lavoro potrebbe fornire ottimi spunti di riflessione critica.  Nella società post-moderna, liquida perché informe, l’identità di classe è l’unico strumento per difendersi dalle offensive del Capitale. Occorre, dunque, riformulare il principio di classe superando gli steccati novecenteschi, ancorati a un tipo superato di Capitalismo. Proletariato e borghesia produttiva si sono trovati dalla stessa parte della barricata, vittime entrambi dell’attacco liberista: impiegati dipendenti, partite IVA, piccoli e medi imprenditori, commercianti, costituiscono tutti una nuova classe,  quella del Lavoro, contrapposta alla classe dei grandi gruppi finanziari, delle aziende multinazionali, delle élite speculatrici.

Il Capitale del XXI secolo agisce libero da ogni vincolo, grazie al villaggio globale e all’assenza, fisica e legale, di confini certi, violando bellamente l’indipendenza degli stati nazionali. E’ proprio nello Stato che si è consumato e si consuma l’atto più duro della dialettica Lavoro-Capitale: tramite falsità e menzogne, negli ultimi vent’anni, la cessione di sovranità verso entità sovrannazionali come l’UE ha privato la gente del lavoro di ogni difesa e di ogni tutela, consegnando a freddi e mai votati tecnocrati il destino di interi popoli. Chi se ne avvantaggia, ovviamente, è il Capitale: l’Europa di oggi, ad esempio,  è costruita a uso e consumo della finanza e delle banche d’investimento. Si è barattata la piena occupazione con la stabilità dei prezzi, la sovranità monetaria con la mobilità dei lavoratori. A ciò si aggiunga la criminale gestione dell’immigrazione africana, utile fonte di lavoratori a bassissimo costo, per completare il misero quadro. La classe del Lavoro deve divenire consapevole di sé, divenire un blocco compatto e monolitico, pena la definitiva alienazione e la perdita d’ogni conquista sociale. Se “l’ideologia dominante è sempre stata l’ideologia della classe dominante è tempo di superare il gramo scenario politico-culturale, abbandonare sulla strada della servitù i menestrelli e i giullari, i politicanti e i giornalai di regime, per ottenere, in definiva, una coscienza di classe nazionale, stadio iniziale d’un processo d’affermazione e di emancipazione, grazie al quale gli interessi dei protagonisti dell’economia reale combattano e vincano chi, sul processo produttivo e sul sudore del Lavoro, specula e si arricchisce impoverendo interi Popoli. Vinta la barbaria neoliberista,  la collaborazione attiva e vitale tra le forze sane del mondo produttivo permetterà il pieno dispiegamento delle volontà e delle idee, iniziando una fase nuova di prosperità e di progresso civile e sociale.