di Ermanno Durantini

La lingua inglese fa ormai parte della vita di tutti i giorni di molte persone di qualsiasi estrazione sociale. Certamente, in Italia permane ancora un vasto strato di popolazione che di inglese non sa neanche una parola, ma si tratta ormai perlopiù di persone anziane o di un numero minoritario di  persone per quanto riguarda le altre fasce di età. Chi ha meno di 35 anni avrà sicuramente dovuto fare i conti con l’apprendimento dell’inglese fin dalle scuole elementari e saprà che la conoscenza, almeno a un livello intermedio, della lingua inglese è ritenuto un requisito imprescindibile per poter anche solo pensare di ambire ad un impiego da dipendente al di sopra della media. Se poco tempo fa sapere l’inglese era garanzia di avere un ottimo punteggio in sede di colloquio di lavoro (qualche anglofono direbbe “avere le giuste skills“), oggi non è neanche più vero questo. Sapere l’inglese è un punto di partenza, poi si valuta il resto; non saperlo è considerato un vero e proprio handicap da molti datori di lavoro.

In questo quadro, hanno assunto una rilevanza sempre maggiore alcuni esami e certificazioni che attestano una conoscenza della lingua inglese a un livello determinato. Molto noti sono gli esami Cambridge, ordinati per grado di difficoltà crescente dal KET al CPE, passando per il celebre FCE (comunemente noto come “First“), attestante una conoscenza intermedia della lingua e solitamente consigliato agli studenti degli ultimi due anni delle superiori. Gli esami Cambridge hanno però un difetto, dal punto di vista della ricerca del lavoro o della necessità di effettuare un colloquio per frequentare un’università in inglese in Italia o all’estero. Essendo certificazioni prive di scadenza, non è detto che attestino una conoscenza effettivamente attuale della lingua, perché l’attestato potrebbe riferirsi anche a una situazione di molti anni addietro. Da qui il successo presso aziende e università blasonate di esami come l’IELTS o il TOEFL, caratterizzati da una validità biennale e richiesti proprio perché garanti di un livello di conoscenza attuale. Per superare questi test, istituti come il British Council, ente culturale britannico nato nel 1934 e che promuove la cultura britannica in tutto il mondo (mediante anche legami diretti con il Foreign and Commonwealth Office, il Ministero degli Esteri inglese) forniscono un pacchetto completo di corsi preparatori, libri e supporti digitali e cartacei.

Preparando questo tipo di esame, ci si può rendere conto di come i libri espressamente dedicati al superamento di questi test siano tutt’altro che neutri, ma come siano, al contrario, portatori di una vera e propria ideologia di fondo. Dall’immigrazione come arricchimento culturale ai diversi e variamente colorati tipi di famiglia, i libri dei corsi di inglese sono un vero e proprio ricettacolo di pensiero unico e società liquida, di individualismo liberale ed esaltazione di metodi discutibili per diventare famosi o fare i soldi. C’è spazio persino per difese posticce dello status quo post-moderno, con la dura realtà di un tasso di disoccupazione giovanile a livelli drammatici in moltissimi paesi d’Europa che viene velato da testi che decantano quanto sia bello l’anno sabbatico e la nullafacenza post-liceo e post-università. Della serie, visto che proprio di lavoro per voi non ce n’è, almeno beveteci su. Diego Fusaro ha definito più volte questo fenomeno come “uso ideologico della lingua inglese” e, se è necessario evitare esagerazioni e idiozie sciovinistiche di rifiuto totale di una lingua che, volenti o nolenti, si è ormai imposta nella sua diffusione a livello globale, bisogna anche saper scindere l’apprendimento dell’inglese come lingua da questi corollari ideologici che molti corsi di inglese tendono a portarsi dietro. Non si tratta di nient’altro che di uno dei tanti strumenti di propaganda indiretta con cui lo status quo si autogiustifica fino alla celebrazione come virtù dei propri peggiori difetti. Ciò ovviamente è agevolato dal posizionamento avanzato dell’Inghilterra rispetto a tutte le conquiste/arretramenti della post-modernità. La promozione della cultura di un paese dove certi concetti e comportamenti si sono imposti molto prima che in altri chiaramente si porterà dietro almeno una parte di essi nella sua sponsorizzazione.

Ovviamente, non bisogna cadere in uno dei più grandi mali causati dalla nascita di internet, ovvero il complottismo, che ha come unico effetto quello di rafforzare il pensiero dominante screditando e ridicolizzando qualsiasi tesi appena appena dissonante dal coro. Il punto non è rifiutarsi di parlare inglese tout-court, né rinunciare a sostenere questo tipo di esami per poter migliorare la propria abilità. L’inglese è una lingua dall’enorme patrimonio storico e culturale; è certamente la lingua dell’economia e della finanza contemporanea, ma è anche la lingua di William Shakespeare, Christopher Marlowe e George Byron. Il trionfo nella Seconda Guerra Mondiale la ha assurta a lingua dominante, comune a tutto il globo e utilizzata in tutti i consessi ufficiali (anche da chi, magari, farebbe meglio a usare la propria lingua natìa ed evitare figuracce…), ma bisogna scindere il suo apprendimento da ciò che tende a portarsi in allegato, dall’ideologia di fondo che permea la maggior parte dei suoi mezzi di insegnamento.  Lo sforzo è di imparare l’inglese sì, ma mantenendo la luciditàe il pensiero critico di capire cosa c’èdi malevolmente ideologico nel modello di mondo che con l’inglese si tende a pubblicizzare. Quello che bisogna rifiutare è l’anglofonia a tutti i costi, l’utilizzo di termini inglesi smodato e senza motivazione, come quando in una pubblicitàalla radio si sente chiamare frequent flyer uno che viaggia molto in aereo…

In medio stat virtus, mantenere l’equilibrio in questo come in altri campi èdifficile ma necessario, per non cadere in un inutile utopismo ed evitare nel contempo di assumere passivamente come veritàdel mondo quelle che sono raffazzonate tesi ideologiche