Il processo della liberalizzazione é uno tra gli strumenti maggiormente funzionali all’ordine di cose proprie dei sistemi capitalistici per eccellenza, i quali, per loro natura, si sviluppano e si alimentano a partire dalla presenza di uno spazio libero di libera etica, morale e libera cultura dei soggetti, in grado di indirizzare le loro esistenze secondo le logiche dell’assoluto libero arbitrio e dell’agire senza limiti né freni inibitori d’alcun tipo. Il capitalismo, infatti, si sviluppa a partire da una condizione sociale di totale libertà nei comportamenti e nel pensiero, poiché esso fonda la sua esistenza a partire dal paradigma del libero scambio (in fatto di rapporti economici) e di libera produzione, non rivolta verso l’autenticazione di piani programmati ma verso il compimento di una necessità di profitto personale che, potenzialmente, non possiede limite alcuno. La produzione dell’oggetto, della merce, la fase produttiva di realizzazione del prodotto concreto, di fatto, possiede, per forza di cose, un limite quantitativo necessario ma il fine ultimo di tale azione é l’esercizio illimitato del potere del detentore dei mezzi di produzione sulla manodopera in vista del raggiungimento di un guadagno futuro che, in realtà, coglie come norma di riferimento il raggiungimento illimitato e la fuga dal limite e dall’equilibrio. Tutto ciò che, invece, rappresenta un vincolo di forma, un ostacolo morale, un’imposizione istituzionale, un ordine limitante, dunque, ai fini delle logiche del libero scambio economico e della libera attività d’impresa, rappresenta un orpello e, nei fatti, un elemento d’attrito alla realizzazione autentica della ricerca senza freno del guadagno illimitato. É per questo che le politiche neo-liberiste, tendenzialmente, cercano di operare maggiormente nella direzione dell’emancipazione progressiva del soggetto rispetto all’autorità centrale dello stato, il quale, quest’ultimo, col suo potere coercitivo, la sua capacità di condizionare la vita dell’individuo mediante il potere della legge, stabilendo un ordine convenzionale dettato da un assetto di valori e di acquisizioni precedenti, rappresenta uno tra i maggiori ostacoli al sistema del capitale, che, invece, proprio a partire dalle premesse sopra esposte, deve possedere un certo spazio di manovra, al fine di non sfociare nel suo opposto economico che sarebbe un’economia non di mercato ma a carattere programmato. Dunque, in queste logiche di pensiero, perché il grande mito del libero scambio possa compiersi é necessario che lo stato e le istituzioni in generale siano funzionali a quest’ordine di cose ed é per questo che, oggi più che mai, le politiche attuali (nell’epoca nella quale i principi del liberismo si sono ormai radicati nella profondità dei rapporti sociali, nei sentimenti e nelle ragioni degli individui), sono quasi interamente assuefatte dagli ordini dogmatici di questa nuova religione, non trovando più validi movimenti (se non in minoranza), di contestazione critica a questo ordine di rapporti.  L’attuale complesso economico-politico della comunità europea, ad esempio, rappresenta al meglio, oggi, il coronamento ultimo di questo nuovo ordine mondiale neo-liberista (che, dal dopoguerra ad oggi, si é imposto, subdolamente e, in alcuni casi, anche con l’utilizzo della forza bellica, in quasi ogni area del pianeta), la quale, con le sue politiche di imposizione finanziaria e con la sua uniformità monetaria aspira al raggiungimento di quel conformismo dei mercati, strettamente asservita all’economia dominante che l’ha prodotta (il sistema capitalista), perseguendo un’etica funzionale alle necessità di mercato di eliminazione di ogni forma di attrito nazionale e culturale possibile.

L’ultima azione operata da questo immenso mostro della finanza (che sottomette ed affama costantemente popoli sovrani, sotto il vessillo assoluto del mito della grande unione: il “sogno” degli Stati Uniti D’Europa), si tratta di un’operazione segreta (resa tuttavia nota) di asservimento ed adeguamento globale delle logiche di produzione e distribuzione economica e commerciale a quelle messe in atto, normalmente, negli Stati Uniti D’America (il TTIP: Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti). Nella sostanza, e molto sinteticamente, questo trattato consentirebbe alle aziende private di avviare un contenzioso legale ai danni di governi nazionali che promuovano leggi che, potenzialmente, possano danneggiare o limitare la ricerca di profitto dell’azienda stessa; tralasciando gli effetti nefasti che un adeguamento totale alle normali azioni economiche realizzate sul suolo statunitense comporterebbero ai danni dell’ambiente, dei lavoratori e di alcune specie animali, dato che, in materia di controllo della produzione, negli Stati Uniti, esistono dei controlli molto meno rigidi rispetto a quelli imposti dalle politiche europee. Tuttavia, gli ordini logici del grande complesso capitalista impongono proprio questo: la liberalizzazione ad ogni costo. Le aziende private devono essere libere nel loro operato, nel raggiungimento di questo patologico sogno del guadagno, dell’arricchimento continuo, poco importa, Tuttavia, se le spese di tale scellerata azione irrazionale di consumo illimitato coinvolgano esseri umani, l’ecosistema ed altri animali del pianeta, se a imporlo sono le logiche di sopravvivenza dei mercati internazionali l’azione, automaticamente, assume una legittimità quasi divina ed incontestabile: guai a confutare questo sistema (il migliore tra i sistemi possibili!). Nel frattempo,dietro questo invitante “velo di Maya”, si cela una realtà subdola drammaticamente spietata, che si serve della creazione di sacche di miseria sociale immense e di dislivelli economici impressionanti e omicidi naturali senza eguali, per servire, con ostinazione, l’unico e solo Dio profitto. In questo contesto di degrado e miseria, intanto, la natura si oppone, nonostante il sordo agire dell’uomo capitalista, e, si spera, in futuro, anche gli uomini di tutto il mondo si oppongano a questo ciclo secolare di sfruttamento ed assorbimento di ogni dignità possibile.