La jeunesse dorée della controrivoluzione francese, sanguinosa ed elegante, si faceva strada nella Parigi del ‘700 e si riuniva al Café de Chartres. Meno elegante, non reazionaria, pur sempre borghese, la jeunesse dorée in un certo senso esiste anche nei tempi moderni: meno identificabile a colpo d’occhio in virtù di caratteristici tratti distintivi, ha perso il carattere d’assalto ed è andata a divenire normalità, ha smesso di rivendicare per sé lo spazio occupato dalla Rivoluzione ed ha iniziato ad accomodarsi in tempi e spazi della quotidianità, pur senza perdere d’invadenza. Chi è oggi la jeunesse dorée? Come una volta, non il ceto dominante, non il ceto intellettuale (se di ceto si può parlare): una leggera patina dorata ricopre la brulicante folla di giovani universitari, l’innocente e pacifico studioso non intellettuale, il giovane indaffarato ma non impegnato. Se un tempo costui era arruolato tra i ranghi della controrivoluzione francese, oggi milita silente tra le fila  di coloro che, senza saperlo, favoriscono il Progresso e i suoi prodotti -non solo commerciali ma anche umani- degenerati e degeneranti che mirano alla destrutturazione della società nel suo assetto interno e nei suoi valori.

Uno dei principali problemi delle università, oggi, è il sovraffollamento. Pur prendendo le distanze da sterili generalizzazioni, è impossibile negare che dietro quella che viene propagandata come ‘democratizzazione degli studi’, sintetizzata nel motto un po’ abusato di ‘diritto allo studio’, si cela da parte delle strutture la volontà di non rinunciare agli iscritti (o meglio, alla loro tassazione) mentre non sempre negli iscritti la genuina voglia di applicarsi ha la meglio sulla pretesa di ottenere. Alla base di quest’ultima, vi è l’arroganza del pensiero che crede di dover esercitare se stesso de iure come una sorta di privilegio. Non schierati tra i reazionari come un tempo, ma nemmeno apertamente progressisti, gli universitari medi -quelli non brillanti, non studiosi e tuttavia studenti- sono pedine inconsapevoli della inarrestabile marcia della Modernità che li ha ridotti ad adepti inconsapevoli delle sue trame.

All’università, capita di sentire uno studente: «Sai, mia madre è disoccupata, mio padre è in pensione; pensavo di aiutarli a pagare le spese universitarie trovandomi un lavoretto» e l’altro: «Lavorare? Si, se puoi permettertelo. Io ad esempio non posso, devo studiare». Se in un primo momento si è portati a considerare sconclusionata quest’ultima risposta, in realtà induce ad una riflessione: essa è infatti una sorta di semplicistica chiave di comprensione e d’accesso alle fondamenta di un pensiero giovanile e giovanilistico esistente, che prescrive un surreale e saturnalesco rovesciamento di norme e buonsenso comune. Il giovane di ceto medio che non sa vedere al di là delle proprie pretese, ritenute inalienabili diritti, e che nulla può permettersi al di fuori di esse, è fortunato in fondo ad esser nato in un’epoca in cui, popolo, ci si può illudere di essere qualcos’altro e superiore: la gioventù dorata, rinnegato il passato di fatiche dei nonni e dei padri, finisce per non riconoscere le proprie origini in esso. Il processo di democratizzazione ha condotto alla paradossale creazione di una classe media composta di pari che pure si sentono in possesso, in virtù dell’avvenuta ascesa dalle condizioni iniziali, di prerogative inalienabili caratteristiche di un nuovo modo di vita e di pensiero. Mascherati da ciò che non sono, caricatura di se stessi, hanno perduto l’umiltà delle loro origini ed hanno trovato nel riscatto guadagnato per loro da altri, non un’opportunità quanto un diritto. Non raffinati e non abbastanza ricchi, tuttavia borghesi abbastanza da dedicarsi agli svaghi e agli otia dello studio, si sono appropriati di attitudini di un ceto che gli è alieno, finendo per alienarsi anche da se stessi, incapaci di riconoscersi nel proprio riflesso. E’ questa la chiave di lettura della risposta del giovane pretenzioso che rifiuta di riconoscere nell’altro un pari, di accomunarsi ad esso e di comprenderlo: nella sua negazione vi è forse il disperato tentativo di prendere le distanze dal proprio riflesso negativo, dal proprio legame con la realtà, affermando per sé stesso uno status ben diverso e superiore -e nel fare questo rinnega non solo la verità, ma anche quei valori di comprensione, di reciproco soccorso e la capacità di provare sentimenti simpatetici che lo obbligherebbero a metterlo in relazione con l’altro.

Se è tipica della società dei consumi una classe media di lavoratori piuttosto benestanti, incastrati a vita nel limbo della non povertà che pure non si traduce in ricchezza, caratterizzati dall’anelante desiderio di ascesa sociale, di acquisizione di status symbol per essere accettati come partecipanti di una più alta classe sociale, oggi questo mix di impotenza e sogni di gloria ha contaminato il mondo degli studenti -che in quanto tali non guadagnano ma pretendono l’esercizio di attività, privilegi, atteggiamenti pur senza fatica di sorta. E’ questa una classe di giovani omologata ed ibrida che non è più popolo e che ha tagliato i ponti con un passato popolare, che vive coi toni arroganti e pretenziosi di una classe alla quale non appartiene eppure vorrebbe accedere, una turba rampante divenuta caricatura di sé stessa. Proprio quando si proclama la democratizzazione del diritto allo studio, ovvero una sua generalizzata diffusione, abolendo dunque tutti quei limiti e quegli impedimenti da ostacolo ai più disagiati, si è molto ipocriti: non ci si riferisce ad altri che a sé stessi e nel credersi élite si mette in atto una ridicola discriminazione contro il proprio simile, rifacendosi agli stessi criteri di divisione classista che si pretendono abolire.