La chiacchierona. La ciarlona. Anzi la comare. La “Commarona” chiatta se ne sta stesa sulla sofferente sedia di plastica bianca, usurata dal sole e dal peso, proprio come un operaio alle soglie della pensione, con la schiena che piange e le gambe che vogliono cedere. Una vita al sole, su un balcone “sgarrupato” di un centro dimenticato da Dio e dagli uomini. Lì imperterrita, unico sostegno fisico e morale “La sedia”. La sedia, che non ha scelta. La sedia che non abbandona il sedere ingombrante della commarona. Memore solo delle sue stesse parole, la commarona si ripete, e dopo aver ripassato lo smalto d’un rosso pesante e fuori moda, si siede con tutte le sue velleità da tabaccaia d’Amarcord, con due buste vuote al posto dei procaci meloni, pronta a recitare il copione dell’ultima scena.
I silenzi, i silenzi non le appartengono, non fanno parte della sua mappa genetica, ma per amor di palcoscenico li ha appresi, e a suo modo applicati. Ma ora, ora che termina la stagione delle cicale, bisogna parlare.  Bisogna andare a parlare nelle piazze, perché la sedia è affettuosa sì, ma ancor di più limitante, per cui a volte, purtroppo, bisogna abbandonarla. Bisogna cacciarsi le ciabatte, indossare gli zoccoli e uscire. Bisogna battersi il petto, in Piazza Guelby a Roma, di fronte la tremendissima casa delle eminenze grigie, la sconsacrabile chiesa di Don Bosco.
Bisogna battersi il petto, la comare lo sa. Bisogna urlare, per sconfiggere i mali. Bisogna chiamare a raccolta i savi, da tutte le isole caraibiche del porco mondo. Bisogna indicare, bisogna puntare il dito. E poi ancora, ancora, e ancora indignarsi. È necessario indignarsi, per chi gestisce il suo salotto televisivo in spregio alle più scontate regole di civiltà, bisogna dirlo fuori e dentro la pubblica piazza che un invito equivale a un concorso esterno.
Bisogna dirlo che la pena dello Stato, quella che si sconta in carcere, dopo l’esodo felice della giustizia italiana e dei suoi tempi biblici – mai luogo comune fu più azzeccato- non basta, non basta più. Bisogna passare da un altro esodo, da un’altra giustizia. È questo la comare lo sa e non lo dimentica. Bisogna gridare in faccia a chi ha pagato, che deve pagare ancora.
Perché la pena, per la comare è soddisfazione, come gli schiaffi dati con i guanti nei ricordi di cinematografarissimi saloon. E qualcuno lo dica agli Scattone, ai Casamonica e ai Vespa di turno che c’è un diritto dello Stato e un diritto delle comari. Una legge per gli uni, e una legge per gli altri. Una sentenza per uno e una vanga insanguinata per l’altro. E guai, ancor di più, guai a contraddir le tesi della Commarona, perché si badi, esse appaiono sciocche e grossolane, ma sono, nell’intimo e nella realtà di ciascuno, unico verbo e vangelo. Perché? Perché è giusto.

E’ questa la spada. E’ questa l’arma celata a lungo e sfoderata proprio quando tutto è perduto, il fantomatico “raggio segreto” dei nazisti che tanto invocava uno smagrito Mussolini alla fine della guerra, per evitare l’ineluttabile. Il giusto, che non necessita d’argomentazione. Sopratutto quando a predicarlo, il giusto, è la commarona stessa. E per chi parla, per chi argomenta, per chi poco prima della campanella vuole fare un’ultima domanda al professore di Storia, magari sul perché delle rovinose campagne di Russia dei megalomani conquistatori eurocentrici, solo sputi ed etichette, anche essi usa e getta, anche essi liberi dal vincolo argomentativo, perché ” è suonata la campanella e non devi rompere il ca…”. Come chi nega a Casapound di fare la sua manifestazione a Milano. Perché? Perché sono fascisti. E, se si prova a sottolineare quanto la giustificazione dello sciagurato colore politico non sia poi, stante costituzione legge Scelba e giurisprudenza consolidata, così dirimente, la fine è la stessa: sputi ed etichetta, e tanti cari saluti.
Perché nella terra della commarona, o si è giusti o si è liberi. O si è liberi di essere amici della Commarona, o si è liberi di prendere posto all’ultima fila, senza il diritto di replica. Perché qui, la messa, la sentenza, il servizio e la manifestazione si fanno come dove e quando vuole la commarona. E se non piace, che si resti a casa, magari sulla sedia bianca al sole. Tanto la commarona, avrà ancora il suo pubblico. Un pubblico migliore, un pubblico perfetto. Un pubblico che non pretende, che ringrazia e riverisce, un pubblico che applaude, che non legge la critica, un pubblico che non ha termini di paragone, un pubblico che partecipa allo spettacolo per il solo gusto della poltrona.