di Luigi Iannone

Studiare le strategie di lungo periodo e, di conseguenza, le politiche da adottare per accrescere la competitività degli Stati va sotto il nome di geoeconomia. Termine che dovrebbe essere di uso comune e che invece sembra desueto, se non proprio sconosciuto ai più. Nel momento in cui non sono solo le armi ma anche altri parametri di valutazione come l’incidenza del potere industriale, economico e finanziario, a soppesare la potenza di uno Stato, non possiamo con la stessa leggerezza del passato emettere giudizi sulla reale o presunta validità e giustezza di guerre più o meno sotterranee.
Conflitti infatti, non solo tra eserciti ma tra potenze economiche che rivaleggiano per il dominio di nuovi territori e per la loro difesa. Ne parla nel suo testo, La geoeconomia nel pensiero strategico francese contemporaneo (Fuoco edizioni), Giuseppe Gagliano, studioso attento di tali fenomeni. Un volume nel quale si disvelano vere e proprie guerre altrimenti celate al cittadino comune ma che irrompono in tutta la loro tragica virulenza nel panorama moderno. Come sottolinea Massimo Franchi nella corposa introduzione, se solo si partisse dal ruolo assunto dai cosiddetti Fondi Sovrani nel proteggere o acquistare imprese strategiche, si potrebbe comprendere come questi nuovi eserciti del mondo iper-competitivo post-Guerra Fredda, operino su un fronte molto più ampio del passato e si servano allo stesso modo dell’Intelligence così come dei vecchi arnesi di macro e microeconomia.

La Cina è l’esempio più brillante e forse più comprensibile. Paradigma inquietante ed allo stesso tempo utile per il cittadino non aduso ai marchingegni complessi della macroeconomia e che in questo caso può intendere quanto invece l’utilizzo della forza muscolare sia diversa dal recente passato; essa si muove in un ambito più redditizio e meno dispendioso in termini di vite umane, quello che gli esperti chiamano ‘soft power’. Forza che si muove attraverso fiumi di denaro ed operazioni di dismissioni o acquisizioni di quote finanziarie o industriali.
Secondo Gagliano, in questa fitta rete di relazioni che connette Stati nazionali e strutture multinazionali si farebbe oramai fatica a comprendere ciò che è realmente pubblico da ciò che è privato, soprattutto quando a ridimensionare le perdite di questi ultimi agiscono, come capita spesso anche nel nostro Paese, le finanze pubbliche. Ma l’intento del volume è preciso. Svelare non le finalità ma gli strumenti; il metodo attraverso il quale diventano possibili tali sommovimenti.

Prima ancora dei dispositivi economici vi è dunque la necessità di comprendere la formazione dell’humus culturale che coinvolge tutti e fa da sponda alla volontà di potenza. Della Cina che lo utilizza come strumento di influenza nazionale abbiamo detto; ma sorprendentemente è la Francia «il paese ispiratore di un “sistema di intelligence economico europeo”, di un rafforzamento della partnership tra pubblico e privato per la valorizzazione ed utilizzazione del patrimonio informativo europeo». L’analisi di Gagliano è utile perché si snoda tra dati storici, case history e commenti circostanziati sulla situazione attuale; vale a dire, miscela sapientemente numeri, fatti e corrispettive evoluzioni delle geografie politiche contemporanee.
Come poi possa avvenire nei fatti questa nuova egemonia culturale su base economica, la si spiega col riferimento agli studi di Christian Harbulot, di cui Gagliano ha divulgato le opere in Italia, e che è tra i massimi esponenti del pensiero geo-economico francese.

Gagliano parte dalle sue analisi per giustificare il fatto che la dominazione avvenga oramai attraverso una forma di economia, che è solo apparentemente meno violenta della classica conquista militare di un territorio, ma che consente un’eguale se non maggiore penetrazione in tema di obiettivi strategici. E ciò avviene anche perché alcuni vecchi strumenti non servono più. Si può infatti essere potenti senza avere una imponente forza militare; e in secondo luogo, la supremazia economica non si raggiunge più detenendo il potere politico che è ormai fattore correlato ma non essenziale. In questa fase di transizione verso un nuovo ordine, per Gagliano chi dunque sembra aver capito tutto è la Francia la quale sta giocando una partita tutta sua facendo progressi nel potenziamento dell’intelligence economica.