di Simone Ladisa

In ogni conflitto, in ogni guerra, le immagini e le fotografie sono sempre state usate per scopi propagandistici, nulla è cambiato fin dai regimi totalitari del ‘900. Ciò che è mutato è la nostra considerazione delle immagini. Viviamo in un’epoca che Ferdinando Scianna ha definito di una “ipertrofia nullificante”. La società è affamata in modo morboso di immagini e pur producendo una quantità di fotografie superiore a qualsiasi altra epoca storica, la soglia di attenzione dedicata ad esse può essere calcolata in frazioni di secondo. Ecco quindi che le foto, che ci vengono presentate con un filtro propagandistico, non sono più elaborate dall’osservatore ma subite. Fotografie che suscitano un forte senso di empatia, di repulsione e di sdegno vengono accompagnate a notizie in maniera fuorviante o ambigua. Prendiamo il caso attuale del rapporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sull’utilizzo in Siria di armi chimiche.

La foto sopra riportata fu utilizzata per sostenere che il governo di Bashar al Assad avesse utilizzato armi chimiche contro la popolazione civile inerme. Per questo il governo fu subito oggetto di sdegno da parte della comunità internazionale. Il caso in questione acquisì una grande forza grazie a immagini come questa, ma è interessante notare come, diversamente da quanto dichiarato, Assad stesso richiese l’apertura di un rapporto del Consiglio di Sicurezza per smentire il suo coinvolgimento in quella orrenda tragedia. Poche settimane fa il Consiglio di Sicurezza ha confermato che la tipologia di armi chimiche non era compatibile con l’arsenale di Assad e che la strage fu eseguita dai ribelli del governo, che utilizzarono quelle fotografie come propaganda della crudeltà di Assad. Quello che emerge è che la fotografia, nella cronaca dei conflitti non fornisce dimostrazione certa di nulla, ma è, piuttosto, al servizio dell’idea di chi la utilizza nella pubblicazione. La foto riportata non dimostra chi sia la parte lesa e neanche accusa il responsabile, può essere impugnata, perciò, come prova da chiunque per esaltare la ferocia della controparte.

Prendendo coscienza che una fotografia nel descrivere un fatto di cronaca, non aggiunge né toglie alcuna informazione alla circostanza, si sublima l’empatia che suscita in noi la vista ad esempio di un corpo senza vita. Essere consapevoli che l’immagine non costituisce prova alcuna, ci lascia più poveri di certezze, ma anche liberi da condizionamenti. Questa foto non ci racconterà mai se il colpevole del massacro sia stato il governo di Assad o i ribelli, non sarà mai un indizio o una prova. Abbandonando l’idea che le immagini forniscano certezze schiaccianti, aumenteremo la consapevolezza che la nostra visione non sia più condizionata. Una cultura fotografica aiuta a capire che una fotografia non riporta fatti ed eventi, ma racconta solo se stessa. Questa fotografia mostra una grande tragedia, avvenuta in un paese di religione mussulmana -a giudicare dalla vestizione dei corpi senza vita. L’immagine di persone vive sulla sinistra rivela raccoglimento mentre la persona sulla destra sembra rivolgersi a qualcuno di lontano. Il luogo in cui giacciono questi corpi appare un campo improvvisato, accanto alla strada e composto unicamente da una tenda. Niente più. Ciò che l’osservatore deve chiedersi è: cosa può essere successo? Dove e perché è avvenuta questa tragedia?

La fotografia non diminuisce il suo valore senza delle certezze, ma pone nuove domande. Dovrebbe alimentare il nostro desiderio di conoscenza di un fatto a noi geograficamente lontano. Scuote il nostro animo non nell’indicare un responsabile ma nel chiedere che esso sia ricercato. Diventare più liberi vuol dire imparare a decifrare le informazioni che i media diffondono, non sono solo nei testi o nei servizi video, trasmessi di continuo alla televisione, in maniera quasi ipnotica. Le fotografie possono essere, infatti, il più silenzioso mezzo di coercizione. La foto dei corpi senza vita nel distretto di Ghouta fu usata per avvalorare un’accusa infondata, come confermato dal rapporto dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC).