Quali sono i requisiti che cerchiamo nell’affidarci a un medico? Chi crediamo migliore a risolvere il nostro problema. Ma su ciò spesso ci si confonde, e quel che importa ai più è che sappia operare – cioè limitatamente all’operazione chirurgica – nel modo migliore. E se certamente questo è innegabile, non basta comunque. Perché, nel concreto, sapere operare in sala al meglio significa farsi presente la situazione globale al meglio. Poco importa che si sappiano togliere dei tessuti, o impiantarne degli altri, se questo prescinde dalla valutazione seria al paziente di cui ci si occupa – cioè se appena si esce dalle questioni di tutti i giorni, appena si presenta un problema difficile, non si sa cosa fare.

Checché se ne dica, si tratta, non di ‘non legarsi al paziente’, ma proprio di farlo. Cosa vuol dire legarsi a qualcuno, e in che senso è qui da intendersi? Il legarsi si ha conoscendo i modi di fare, i gesti, le abitudini, e facendoli propri, apprezzandoli o sprezzandoli. Dunque, un rapporto astratto – un signore x, un numero – che diventa concreto. Certo non ogni aspetto necessita di approfondimento, ma soltanto quelli relativi al contesto, al problema da risolvere. E qui, nel caso del medico, ciò che serve non è andare al bar insieme, ma è comunque e precisamente un approfondimento delle abitudini: conoscere il paziente, legarsi ad esso e rieducare quello che non è apprezzabile, perché è proprio ciò che causa la sua malattia. Ed è quello che in parte si tenta di fare, in malo modo, nella carrellata di dati asettici chiamata prevenzione, perlopiù fine a se stessa quando non sappia parlare a chi ci sta di fronte. Certo che quei dati servono, e fungono da base per le argomentazioni nel quale il medico si deve cimentare per convincere il suo paziente a comportarsi diversamente (e insieme a ciò, tutta la sua conoscenza, che, per essere tale deve esser vera, e tale si mostra nel confronto, in questi confronti). Ma se questo non accade, non c’è opuscolo che valga la pena di stampare. Se non vi è questo approfondimento, non vi è buona soluzione al problema. Se non vi è quel legame, chi ci sta di fronte sarà un vecchio moribondo, un giovane malato, ecc.; mai la persona che dobbiamo aiutare, semplicemente perché non la conosciamo abbastanza per poterlo fare, non conosciamo il problema che dobbiamo risolvere.

La malattia è frutto di un processo: la diagnosi è aver presente l’intero processo, e di questo vedere le ragioni dei sintomi. Sarà allora pressoché un intervento di routine togliere un’appendice, quando il problema si presenta entro termini usuali, noti, perché vagliato talmente tanto, che le variabili problematiche sono, nella quotidianità, davvero poche. Inutile dire però, che i problemi che ci si presentano hanno difficoltà diverse, e, in casi complicati, le scelte da fare sono certamente più complesse, ed il momento dell’operazione chirurgica è solo il coronamento di una riflessione più grande. E su questa, se non è abbastanza preparato – se non è abituato a farla –, il medico scivolerà in errori grossolani. Allora non riuscirà ad aver presente l’intero processo, e sicuro di sé, affiderà il tutto in mano a dei parametri standard, perché quelli – si pensa – sono sicuri. Peccato che il parametro sia valido solamente nel concreto, in relazione a tutte le condizioni espresse dal malato, che il parametro in sé non sa riassumere. Il parametro ci dice soltanto: ‘attenzione, che se vuoi fare questo, c’è anche questo punto importante da tenere in considerazione’; un ausilio, un promemoria, che la tradizione medica ha lasciato, e che non va trascurata. Ma, come si è detto, scegliere è far fronte al problema reale, che può richiedere che quell’avviso sia momentaneamente messo da parte.

La comprensione di questo purtroppo manca a parecchi. L’autorità medica è oggi, nell’epoca in cui tutto è discutibile senza esser mai discusso, una delle poche gerarchie riconosciute, ancora rispettate. Chiunque, dal dottore, si affida alle sue mani, tutt’altro che controvoglia: questo è fondamentale per il darsi del dialogo e della guarigione. È un punto a favore che dovrebbe essere sfruttato. Eppure di frequente, a sottrarsi al dialogo e a quella conoscenza approfondita, sono proprio i medici (molti di loro), che dall’alto della loro autorità divengono autoritari. Chiunque ai loro occhi è un cretino, e deve ubbidire a quanto dichiarato indiscutibile. Difficilmente un parere contrario – da chiunque esso provenga – è da essi accolto e confutato, oppure accolto e fatto proprio. Una sorta di arroganza è divenuta più importante della verità, l’unica fonte di guarigione