È preoccupante osservare come l’uomo moderno, nel rapportarsi con la povertà e con la sfortuna del suo simile, si trasformi sempre più in un filantropo. La filantropia è quel sentimento laico di matrice liberale che costituisce un surrogato della carità cristiana. Con essa si indica l’amore, o quanto meno una comunanza di spirito e di affetti, nei confronti dell’intera Umanità – che è cosa diversa dagli uomini. Pertanto, dacché tende a un oggetto astratto (l’Umanità con maiuscola), la filantropia non è un sentimento naturale, ma un semplice ideale, un atteggiamento attraverso il quale si dimostra, in forme più o meno smaccate, il proprio attaccamento ai destini universali.

Per cercare di chiarire meglio i termini del discorso, è necessario comparare la filantropia con il suo corrispondente cristiano, ossia con la virtù della carità. Filantropia e carità non si pongono in rapporto di complementarietà – come pure sembrerebbe – ma in rapporto di reciproca esclusione. Se c’è la filantropia non ci può essere la carità; e se c’è la carità non ci può essere la filantropia. Questo assunto è confermato da una serie di facili constatazioni empiriche. Infatti, se si ama l’Umanità in generale, se si ama un concetto astratto, difficilmente si potrà simpatizzare col dolore delle persone concrete, dolore troppo spesso prodotto da quella stessa Umanità che pure si dovrebbe adorare e proteggere. E se per contro si amano delle persone concrete, con un amore che ci spinge ad affidare ad esse anima e corpo, difficilmente si avrà spirito per adorare un’idea – un’idealizzazione – come l’Umanità: un numero incalcolabile di persone che soffrono e che ci induce a considerarle nella loro quantità numerica piuttosto che nella loro qualità di uomini.

Il caritatevole si dedica al suo prossimo perché gli sta vicino; egli vede, compartecipa e agisce; non contempla la sofferenza universale, ma il dolore di un altro, che riflette e fraternizza con il suo. Il filantropo, invece, poiché ama l’Umanità in generale, non ama la gente in particolare; egli abolisce il dolore, lo scherma e lo allontana. In compenso, contempla la sofferenza universale e la struggente sensazione che essa gli provoca lo porta a digitare, di tanto in tanto, il numero del suo conto corrente, per lenire il dolore di persone che egli non può e non vuole conoscere, di cui egli non può e non vuole occuparsi. Il caritatevole affronta la visione del dolore e della morte con sacrificio e pazienza, perché è realista: sa che quel dolore e quella morte colpiranno tutti, prima o poi. Il filantropo rimuove il pensiero del dolore e della morte perché esso lo emoziona e lo ferisce; da idealista, elabora sistemi teorici per disinnescarlo, politiche assistenziali che glielo facciano dimenticare, e confida fino all’ultimo di non provarlo mai sulla sua pelle.

La carità è al fondo pessimista: quindi assiste e supporta. La filantropia è al fondo ottimista: per lei, una mancetta a un’organizzazione umanitaria riesce a conciliare perfettamente (o quanto meno a sufficienza) le ragioni della coscienza a quelle del portafogli.
L’uomo moderno che attraversasse quella famosa strada percorsa dal samaritano verso Gerico, non si fermerebbe certo ad assistere il moribondo, ma, più avanti, esorcizzerebbe quella visione pietosa devolvendo una somma di denaro a un’associazione filantropica, magari allo scopo di costruire un ospedale in Sudan, dove i suoi occhi non possono arrivare. Si spiega così l’enorme generosità di attori e protagonisti dello spettacolo che, novelli samaritani, ostentano il loro buon cuore allegando bonifici a futura memoria; si spiega così la loro beneficenza interessata, e l’eccitazione che essa provoca negli articoli dei giornali benpensanti.
Questa espressione “ricca” della filantropia è del tutto assimilabile a quella “povera” e “politica” che vorrebbe risolvere l’emergenza dei “migranti” con la solidarietà, sì, ma a carico dell’ Europa e della fiscalità generale; e che intanto idolatra le “libertà” e i “diritti” delle potenze colonialiste che hanno portato guerre e disperazione nelle terre dalle quali quelle persone scappano. Entrambe le espressioni mirano a risolvere idealmente e dunque “filantropicamente” problemi reali di portata ben più vasta e consistente, la cui concretezza sfugge al sensazionalismo di spiriti così attenti ai drammi universali.
Per questo è da ritenere che la filantropia non sia affatto la versione laica della carità, come dicono i razionalisti, ma il suo esatto contrario. Dove la carità ha per fine l’altro e per strumento sé stessi, la filantropia ha per strumento l’altro e per fine sé stessi. Dove le parole della carità sono i fatti, i fatti della filantropia sono le parole.

Dove la carità è virtuosa, la filantropia è un vizio.