Éric Zemmour, saggista e giornalista francese, sostiene che il fenomeno dell’Isis, e più in generale del fondamentalismo islamico, altro non sia che la reazione estrema dell’uomo orientale difronte alla progressiva femminilizzazione dell’uomo in Occidente, intesa questa come perdita di quei caratteri virili che da sempre hanno differenziato l’uomo dalla donna: la forza fisica, l’autorità, l’audacia, l’onore. La società ha infatti privilegiato, in tutti i campi del vivere sociale, valori tradizionalmente femminili: la dolcezza, la prudenza, il compromesso, la delicatezza. Zemmour afferma che una delle chiavi di lettura del problema Isis sia proprio questa: il fondamentalismo islamico rappresenta la reazione violenta ed estrema di un mondo che non ha intenzione di subire questa metamorfosi fisiologica, fisica e comportamentale. Al di là di questa pungente quanto provocatoria interpretazione, la figura dell’uomo nel mondo occidentale è profondamente mutata a partire dai due conflitti mondiali che hanno devastato il pianeta nel XX secolo. L’uomo occidentale ha vissuto l’esperienza della prima e della seconda guerra mondiale, che per la prima volta hanno coinvolto tutta la popolazione maschile abile al combattimento, evento unico nella storia. Il fenomeno dell’industrializzazione della guerra ha reso questa quanto mai brutale e disumana. L’esperienza della trincea ha trasformato il soldato, il guerriero, in una vittima sacrificale gettata in un contesto in cui valore ed eroismo non sono serviti a trasformare il soldato in un eroe. Da questo legittimo rifiuto della guerra, al grido di “Mai più una cosa del genere!” dei soldati francesi, si è passati all’estremo opposto, cioè ad una desacralizzazione della virilità: meglio vivere da donne, ma vivere, che essere uomini e morire. Negli anni che seguirono, altri eventi ed altri fenomeni contribuirono a destabilizzare la figura dell’uomo, ad oscurare quasi definitivamente la figura del “Maschio Alfa”: il 68′, i movimenti femministi, la globalizzazione e la diffusione di nuovi modelli maschili. L’uomo passa dall’essere il Male Breadwinner, il vincitore del pane sulle cui spalle grava il peso e la responsabilità di mantenere e sfamare la famiglia, ad essere il secondo, se non il terzo, in carica. La perdita dell’autorità e della patria potestà, sia sotto il profilo formale che sotto il profilo sostanziale, ha creato nell’uomo occidentale un’insicurezza ed un senso di smarrimento che lo hanno portato non al recupero della propria virilità, ma alla ricerca e quindi alla scoperta di un nuovo modo di “essere uomini”.

Vengono in mente i personaggi delle opere di Luigi Pirandello e di Italo Svevo, nei quali viene trattata la figura dell’inetto, l’uomo che non trova il proprio posto all’interno della società, che non si riconosce nei suoi costumi, nei suoi valori, nei suoi schemi, che è alla ricerca della propria identità perduta. Ma al contrario di questi inetti, l’uomo moderno occidentale si è perfettamente adattato alla società in cui è nato, ammortizzando e successivamente assumendo quei caratteri di cui la sua società è impregnata. E i caratteri di questa società, la società democratica, sono valori tipicamente femminili: la prudenza, la dolcezza, la fragilità, il compromesso, la diplomazia. L’uomo moderno piange in pubblico per mostrare la propria umanità, la propria sensibilità, si depila per apparire pulito, lucido, in tiro; si preoccupa dell’apparire prima ancora di forgiare e temprare il proprio essere; non è autoritario con gli altri né con se stesso, trema alla vista del sangue, pavido di fronte al dolore. Ma quel che è peggio, esso ha definitivamente rinunciato al proprio ruolo di padre e di marito, divenuto debole nell’esercitare l’autorità. Parallelamente, la donna assume caratteri e comportamenti, nonché ruoli, ai quali l’uomo ha abdicato. Ma questa è un’altra storia.