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Abbiamo tutti ancora sotto gli occhi la campagna elettorale altisonante di Donald Trump. Provocatoria, autentica, politicamente scorretta, capace di colpire il cuore e la testa dei cittadini statunitensi. C’è chi l’ha apprezzata e chi l’ha denigrata in tutti i modi possibili, anche dopo la sua vittoria. Lo star system si è indignato contro il neocon, dipingendolo con gli stereotipi più banali, dopo avere aguzzato l’orecchio ad ogni sua affermazione. Riconosciuto come simbolo di odio universale, in quanto non disposto a ripetere le solite filastrocche a memoria, i “buoni” hanno finito con l’odiare il “cattivo”. E hanno perso. La parabola trumpista conferma una tematica presente a tutti i livelli sociali: la presenza degli autoproclamatisi paladini della libertà, i quali, identificandosi con il bene, dichiarano guerra ad un presunto male, da estirpare necessariamente per presunti fini collettivi. Questo esercito è composto da politici, intellettuali, personaggi dello spettacolo, attivisti, tutti impegnati ad apparire giusti, in una società immonda, che deve essere purificata. E così l’immaginario collettivo si riempie di sproloqui, di monologhi, di spot, volti a moralizzare il prossimo, riguardo temi di per sé molto complessi, ma che vengono presentati in maniera univoca: o li accetti così – sembrano dire i paladini – o rimarrai un immorale, razzista, omofobo, che picchia le donne e denigra i disabili. Insomma, viene dato per scontato che se non si condividono parte dei discorsi progressisti, o anche se non ne si vuole fare una bandiera da sventolare ovunque, si è un mostro, uno che vive nel passato, un Trump. È proprio da queste premesse che in Europa si sta importando in maniera sempre più sistematica dagli Stati Uniti una nuova trovata: l’hate speech.

Come si può intuire dal termine un hate speech è un discorso che attacca una persona o un gruppo in base a caratteristiche quali l’etnia, il sesso, la religione, e così via

Un piccolo inciso: è evidente come questi discorsi di odio permangono tutt’oggi nella società, reale e virtuale, e come siano un evidente intralcio allo sviluppo individuale e collettivo. Di conseguenza, non si vuole comprendere o giustificare questi atteggiamenti (qualora siano veramente offensivi), ma capovolgere la questione, mostrando come gli ardenti oppositori di queste modalità, i paladini descritti precedentemente, in verità rappresentano l’altra faccia della stessa medaglia, essendo loro stessi promotori di odio. Ma andiamo con ordine. Nella seconda metà degli anni Ottanta, negli Stati Uniti, viene creata la Critical race theory (CRT), una cornice teorica di scienze sociali, incentrata sulla tematica dell’odio verbale. Il manifesto di questo movimento è Words that Wound (1993), in cui la tesi principale è che le parole possono colpire, come fossero delle bacchette o delle pietre, e che per questo vadano considerate al pari delle azioni. Non volendo entrare troppo nei dettagli su questo non affatto scontato principio, è interessante notare come i sostenitori di questa teoria muovano una consistente critica al liberalismo, accusato di permettere la diffusione opinioni offensive, che secondo loro dovrebbero essere censurate. Un autore liberale come Mark Slagle risponderà che le parole non possono essere considerate come azioni e che per questo non dovrebbero mai essere limitate: di fatto, agli insulti si dovrebbe rispondere con altre motivazioni, non con la censura.

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Il dibattito accademico sull’hate speech si presenta dunque come variegato, intellettualmente interessante, ma ghettizzato e lontano dai radar delle persone comuni. A ben vedere, come spesso accade, sono proprio gli accademici a limitare la portata dei propri dibattiti, prima che essi spuntino da chissà dove, travolgendo una massa sociale impreparata. È successo coi gender studies e potrebbe succedere con l’hate speech. Si noti come in entrambi i casi i termini rimangano rigorosamente in inglese, quasi a sottolineare una prevalenza intrinseca, perché universale, degli argomenti. Inoltre, passando dal ghetto accademico alla piazza comune, ci si accorge immediatamente dell’uniformità di prospettiva: l’argomento in questione non è più un qualcosa da indagare da più punti di vista, ma un precetto da accettare all’unanimità. Ecco allora che i paladini, alcuni dei quali mascherati da intellettuali, fanno la propria comparsa pubblica. Tutta la società si mette in moto: vengono creati movimenti, progetti, blog, per combattere ciò che fino a poco prima nemmeno si considerava un problema, ma che adesso è divenuto un imperativo categorico per tutelare gli interessi di tutti. Così nasce il No hate speech movement, a livello nazionale e continentale, con il suo spot ricco di cuori e messaggi da adolescenti.

Vedendolo, un senso di nausea è inevitabile. È il trionfo delle parole facili, dei messaggi buonisti e del politicamente corretto che continua a fracassare l’immaginario collettivo. È l’ennesimo manifesto di quei paladini che hanno bisogno del loro contrario per vivere, e laddove questo non c’è, lo creano: lo generano per poi odiarlo. Sono le parabole dell’antifascismo in assenza di fascismo, degli spettri comunisti nell’Europa neoliberale, dei puri democratici contro il malefico Trump. I paladini sono anche tutti quelli che si indignano perché sentono la parola negro usata tra amici, mentre si vantano di usare l’epiteto di colore, o quelli che non accettano il black humor, in quanto considerato offensivo, ma che riconoscono l’inalienabile diritto di un giornale come Charlie Hebdo di fare satira. Questi individui hanno la pretesa di imporre i loro limiti linguistici a tutti gli altri, perché credono di essere nel giusto e che la loro ricetta risolverà i contrasti (reali) all’interno della società. La verità è che l’odio nella società non si combatte con qualche anglicismo importato dall’altra parte dell’Oceano, né grazie a qualche pubblicazione accademica: si sconfigge con il rispetto, quello autentico, che fa seguire alle parole le azioni, non tese a dare spettacolo, ma a produrre risultati concreti. L’hate speech presentato alla società dunque non sarebbe altro che un pleonasmo, intrinseco alla nozione di rispetto, che dà la possibilità a centinaia di presunti paladini di sventolare le proprie bandiere. È un ghetto moralizzante al quale non vogliamo prendere parte, perché la vita, in fondo, non può essere limitata da queste scemenze.