Articolo pubblicato in esclusiva su Il Giornale

La democrazia calata dall’alto e senza consenso popolare si è rivelata la peggiore soluzione politica per garantire la pace e tutelare l’unità nazionale di un territorio immenso come quello libico che si estende dalla costa fino al deserto.

Nell’edizione cartacea del Corriere della Sera di lunedì, da Tripoli, il giornalista Lorenzo Cremonesi ha descritto sinceramente il sentire popolare dei libici a quattro anni dalla caduta del regime politico di Muammar Gheddafi. Gli ex militanti filo-governativi così come quei ribelli, ora pentiti, che avevano imbracciato le armi sono più o meno d’accordo su una cosa: meglio l’ingiustizia del caos. Il crollo della Jamahiryia ha lasciato dietro di sé soltanto macerie. A testimoniarlo sono le persone intervistate e che vivono sulla propria pelle la pesante quotidianità di un Paese frammentato in una miriade di tribù etnico-religiose e conteso tra due governi-clan, quello di Tripoli e quello di Tobruk. Senza dimenticare i miliziani dell’Isis disseminati a Sud nel deserto. Disunità che, bene o male, Muammar Gheddafi era riuscito a sconfiggere quando tra il 1975 e il 1979 fece pubblicare il “Libro Verde” (da poco rieditato dal Circolo Proudhon Edizioni con un’introduzione del giovane studioso Giovanni Giacalone), con l’obiettivo di illustrare la “Terza Via Universale” che per il Colonnello rappresentava il superamento del capitalismo e del comunismo in un contesto storico che vedeva ancora la guerra fredda tra i due grandi blocchi, quello occidentale e quello sovietico. Un’ideologia sostenuta da un sistema fondato sui “Comitati Popolari di base” e sul “Congresso del Popolo”, strumenti di autogoverno sui cui fonderà il suo modello politico alternativo, quello della Jamahiryia, all’interno della quale convivevano tre principali elementi. Il socialismo arabo risultato di una fusione tra panarabismo e socialismo; il concetto di “nazione” intesa come culla della propria storia, cultura e tradizione che doveva fungere da comune denominatore per arginare le lotte intestine e il tribalismo; ed infine il ritorno ad un Islam che doveva però fondarsi sulla lettura e l’interpretazione diretta del Corano, senza alcun tipo di mediazione da parte di Imam o giuristi e senza la consultazione di hadith e commentari tradizionali. Nel reportage di Cremonesi ci sono le testimonianze degli uomini, eppure mancano quelle delle donne, anziane, mamme, figlie, lavoratrici, figure centrali del Libro Verde.

Non è un caso che Gheddafi gli dedicò il capitolo più lungo e più poetico dell’intero manoscritto. Nell’allora universo libico la donna era considerata uguale all’uomo nella misura in cui possedeva gli stessi diritti, con una nota di riguardo alla legge naturale che ha sancito una differenza sostanziale nella costituzione biologica. Si legge: “Indurre la donna a svolgere il lavoro maschile è un’ingiusta aggressione contro la femminilità di cui è stata naturalmente dotata per uno scopo naturale necessario alla vita […] Se la donna svolge il lavoro maschile deve allora trasformarsi in uomo, rinunziando al suo ruolo e alla sua bellezza. La donna ha pieni diritti, anche senza essere costretta a trasformarsi in uomo e a rinunziare alla sua femminilità. La conformazione fisica, per natura diversa fra l’uomo e la donna, implica che differiscono anche le funzioni degli organi, diversi nella femmina rispetto al maschio. Il che comporta a sua volta una differenza del loro intero modo di essere: differenza di temperamento, di psiche, di nervi e di aspetto fisico. La donna è tenera. La donna è bella. La donna ha facile il pianto”. Questo non significa privarla della sua libertà, ma rispettarla. La donna libica era madre, educatrice, padrona di casa, ma anche lavoratrice e guerriera. Molte infatti sono diventate celebri nel 2011 per aver imbracciato i fucili contro i ribelli sostenuti dall’Occidente o per far parte delle “amazzoni”, la leggendaria guardia del corpo del Raìs, composta interamente da donne e vestita con il basco rosso e la divisa kaki. Altre invece hanno semplicemente condotto una vita degna e femminile libera da qualsiasi contaminazione e delirio femminista occidentale.

Muammar Gheddafi già negli anni Settanta aveva demistificato il femminismo politico – nato in maniera legittima e volto ad ottenere l’uguaglianza dei sessi sul piano economico (parità nei salari), sociale (diritto al lavoro) e politico (diritto di voto) – il quale è stato strumentalizzato con il passare degli anni a favore degli interessi delle donne della borghesia (e non di tutte le donne). Mentre queste cercano di emanciparsi dal loro ruolo di madre per integrarsi nel mercato del lavoro terziario (con tanto di domestica a casa), le donne delle classi popolari subiscono una doppia alienazione (marito/datore di lavoro): sia il lavoro a casa che quello in fabbrica. Gheddafi aveva capito che per le classi popolari, l’emancipazione delle donne sta nella libertà di fuggire dall’imperativo di produzione e nel restare a casa, vero lusso per chi lavora otto-dieci ore al giorno in condizioni deplorevoli. Così conclude nel capitolo dedicato alle donne in barba a chi lo considerava un rozzo dittatore: “ignorare le differenze naturali tra l’uomo e la donna e confondere i loro ruoli è un atteggiamento del tutto incivile, contrario alle leggi naturali, distruttivo per la vita umana e causa reale di infelicità nella vita sociale dell’essere umano. Le società industriali in quest’epoca hanno adattato la donna al lavoro nei suoi aspetti più materiali rendendola come l’uomo, a scapito della sua femminilità e del suo ruolo naturale nella vita, relativamente alla bellezza, alla maternità e alla tranquillità. Ebbene esse sono società incivili, società materialistiche e barbare”.