«I Kwegu, la tribù più piccola e vulnerabile della bassa Valle dell’Omo, sono ridotti alla fame a causa della distruzione della loro foresta e del lento prosciugarsi del fiume da cui dipendono», a dirlo è Survival International, organizzazione che ha ricevuto rapporti preoccupanti dall’Etiopia sulla situazione di questo piccolo popolo di circa mille persone che vivono di caccia, pesca e agricoltura di sussistenza lungo il fiume Omo. Infatti, secondo Survival International, la gigantesca diga Gibe III, alta 243 metri, che sta realizzando l’italiana Salini Costruttori, e «l’irrigazione su larga scala delle piantagioni commerciali nelle terre indigene avranno l’effetto di fermare le piene del fiume Omo e di distruggere le riserve di pesce da cui dipendono i Kwegu». International Rivers il 12 febbraio ha pubblicato immagini satellitari che rivelano che il governo dell’Etiopia ha già cominciato a riempire il bacino idrico della diga che cancellerà la terra ancestrale dei Kwegu. «Forse moriremo. Il fiume ci tiene in vita. Dove andremo a vivere se portano via l’acqua dal letto del fiume? Se non ci saranno più pesci, cosa daremo da mangiare ai bambini?” aveva già detto nel 2012 un Kwegu quando i bulldozer cominciarono le operazioni per spianare il loro territorio. Intanto, molti Kwegu denunciano che gli alveari della tribù sono stati distrutti dalle piantagioni di canna da zucchero del progetto governativo Kuraz e che i raccolti di sorgo piantati lungo le sponde del fiume non sono cresciuti perché non ci sono state le piene stagionali. Per sopravvivere, i Kwegu dipendono dal cibo delle tribù vicine. Survival dice che «I popoli indigeni della bassa Valle dell’Omo non sono stati praticamente consultati in merito ai progetti che interessano le loro terre, e chi decide di resistere si scontra con la forza brutale e le intimidazioni. Il governo sta costringendo con la forza diverse tribù a sedentarizzarsi».

Un Suri (Un popolo che confina con i Kwegu) ha detto a Survival: «Il governo ci ha detto che dobbiamo vivere in case nuove, ma noi non vogliamo. Non hanno cercato di spiegarci cosa stanno facendo, né ci hanno chiesto cosa vogliamo». Il regime autoritario etiope è uno tra quelli che beneficia maggiormente degli aiuti italiani: per il triennio 2013- 2015 la nostra ex colonia è stata confermata come uno dei Paesi prioritari per gli aiuti italiani, con un raddoppio dei fondi stanziati rispetto al triennio precedente pari a 99 milioni di euro. Ma anche statunitensi, britannici e  tedeschi finanziano munificamente il regime di Addis Abeba, anche se recentemente il Department for International Development britannico ha annunciato che smetterà di finanziare un programma collegato ai reinsediamenti forzati delle tribù dell’Omo, mentre non ha ridotto i finanziamenti all’Etiopia (510.729.000 euro), né ha fatto alcun riferimento al programma di reinsediamento forzato delle tribù. «Inoltre  – denuncia ancora Survival – ad oggi, nonostante la crescente crisi umanitaria nella valle dell’Omo, non è ancora stato diffuso il rapporto della missione nell’area compiuta nell’agosto 2014 dal Development Assistance Group, un consorzio dei più grandi donatori all’Etiopia, di cui fanno parte anche l’Italia, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Germania e la Banca Mondiale». La missione era stata annunciata nel giugno 2014. Stephen Corry, Direttore generale di Survival International conclude: «Le agenzie dei donatori devono garantire che i soldi dei contribuenti non siano utilizzati per sostenere governi responsabili dello sfratto dei popoli indigeni dalle loro terre. Dichiarano di voler aiutare i più poveri ma chiudono un occhio sulle numerose denunce di violazioni dei diritti umani nella bassa valle dell’Omo, e continuano a sostenere un governo oppressivo determinato a trasformare tribù auto-sufficienti in rifugiati interni dipendenti dagli aiuti».