«Allora il governatore domandò: “Chi dei due volete che vi rilasci?”. Quelli risposero: “Barabba!”. Disse loro Pilato: “Che farò dunque di Gesù, chiamato il Cristo?”. Tutti gli risposero: “Sia crocifisso!”. Ed egli aggiunse: “Ma che male ha fatto?”. Essi allora urlarono: “Sia crocifisso!. »

(Matteo 27, 21-23)

Esiste una domanda, una domanda scomoda, a cui tutte le comunità politiche, ancor prima di nascere, debbono dare una risposta: conviene sottomettere il potere a una legge naturale permanente o è sufficiente un insieme di norme positive a disciplinarne l’esercizio? Di questa domanda s’occupò per primo il drammaturgo Sofocle, portando in scena una tragedia che, sotto le vesti tradizionali della mitologia, invitava a parteggiare: Antigone o Creonte? E’ la stessa domanda.

Antigone contravviene al decreto emanato dallo zio Creonte, re di Tebe, che proibisce con la morte chiunque seppellisca il cadavere del fratello Polinice, reo d’aver marciato in armi contro la città. Un intreccio di famiglia, insomma, ma anche una questione di Stato. Perché Antigone non ha intenzione di disobbedire al bando per simpatie politiche nei confronti del fratello: ritiene anzi che Polinice sia colpevole, colpevole del peggiore dei peccati. Ma al contempo giudica il provvedimento di Creonte un oltraggio a una legge superiore, a una legge naturale e divina che impone a qualsiasi sorella, a qualunque latitudine si trovi, di seppellire il cadavere d’un fratello anche a costo della vita.
Tuttavia, diversamente da ciò che si potrebbe pensare, Sofocle non pone il martirio della giovane al fulcro del suo dramma. Il fulcro del suo dramma è un altro: è il conflitto tragico – potremmo dire inevitabile – fra due modi d’intendere la vita. Creonte non è il cattivo della storia, anzi. Antigone non è la buona della storia, anzi. Entrambi sono a loro modo irragionevoli. Entrambi sono loro a modo fondamentalisti. Entrambi sono a loro modo delle vittime. A dividerli è in realtà un mistero ancora più fitto del loro carattere così uguale: un mistero cosmico. Che è la ragione per cui l’uomo moderno, non avvezzo ai misteri cosmici, ha evitato di trovargli una soluzione.
Ma l’alternativa fra positivismo e legge naturale, fra Antigone e Creonte, non si piega in alcun modo a tentativi di elusione. È una scelta necessaria per qualsiasi comunità politica. Cosa e chi sceglie, allora, la nostra comunità?

Apparentemente, noi occidentali abbiamo una predilezione tutta letteraria per Antigone, non solo perché è la prima giovane-eroina-donna apparsa sulla faccia della terra, ma anche perché ci sembra incarnare i valori non negoziabili delle Carte Costuzionali. Così, la sepoltura di un familiare è parte integrante del rispetto della dignità della persona umana, tanto che se il bando di Creonte fosse stato varato oggi da un Parlamento, verrebbe immediatamente stralciato da un Tribunale Costituzionale. E se anche per una svista non venisse annullato, Antigone potrebbe andare assolta da ogni eventuale imputazione, con buona pace dei suoi accusatori. Antigone è la cliente perfetta che attende in ufficio qualsiasi avvocato. Ancora: Antigone sembra incarnare quella forma di resistenza eroica e illuminata nei confronti del potere autoritario che tanto piace al modernismo. È forse questa la prova che le democrazie occidentali hanno deciso di vincolarsi a una legge naturale, come ha fatto Antigone? Non ce la sentiamo di affermarlo.

Le democrazie occidentali tengono il piede in due staffe. Dicono di amare Antigone, ma si comportano da Creonte. Da una parte, esse dichiarano che esistono dei diritti inviolabili dell’uomo, dando la sensazione di prediligere un modello nel quale la legge positiva non è libera nel suo formarsi, ma è vincolata a dei parametri fissi di riferimento. E questo è senz’altro l’approccio teorico che ha ispirato il primo costituzionalismo. Dall’altra, evitano di definire oggettivamente il contenuto di tali diritti, delegando questo compito alla discrezionalità dei Tribunali Costituzionali, i quali, tendenzialmente, sono liberi di modellarli come vogliono. Sessant’anni fa la Consulta dichiarava incostituzionale una legge che permetteva alle donne di diventare magistrato. Oggi una sentenza simile sarebbe annullabile per manifesta incostituzionalità. Sessant’anni fa la Corte Costituzionale ribadiva che l’aborto procurato è un delitto. Oggi, per quella stessa Corte, l’aborto procurato è un diritto. Si dice che cambiano i tempi, cambiano le sensibilità, la legge non è realtà pietrificata e deve evolversi: ma una legge fondamentale i cui principi mutano nel tempo è un controsenso insormontabile. È una legge fondamentale che perde il nome di fondamentale.

Se prevale il positivismo sulle esigenze di stabilità del primo costituzionalismo, se prevale la ragione di Creonte su quella inalterabile di Antigone, la Costituzione del 1948 è flessibile quanto il defunto Statuto Albertino. Nei libri di scuola insegnano il contrario: pazienza. L’uno era flessibile perché modificabile dal Parlamento, l’altra è flessibile perché modificabile dai giudici.
Legge naturale o legge positiva? Antigone o Creonte? Il mondo moderno, uscito a pezzi dal secondo conflitto mondiale, optò con forza per la legge naturale, perché non riaccadesse niente di quello che si era appena verificato. Ma poi è tornato indietro. Oggi sembra prevalere una concezione della democrazia per la quale essa non è più una forma di governo, bensì un principio di governo, un fondamento esclusivo e inattaccabile del potere. Una legge non è più giusta o sbagliata se ossequia o meno alcuni principi, è giusta o sbagliata se conforme alla volontà della maggioranza. E’ l’umore della società civile a condizionare i valori di riferimento, non i valori di riferimento a proteggerci dagli umori della società civile. “Violenza più che legge”, diceva Socrate degli ordini contrastanti con le leggi non scritte. “Maggioranza più che legge” dice il Parlamento di tutti i suoi ordini. Se un Creonte emanasse oggi un decreto analogo, ma sulla scorta di un referendum popolare, Antigone sarebbe già morta. E non perché Antigone viva sia cattiva. Ma perché la volontà del popolo non può essere cattiva.