Che il soggetto postmoderno sia tendenzialmente tanto disorientato quanto autocompiaciuto, ossia lasciato a se stesso e al suo illusorio darsi valore in assenza di altri valori, più che verità da filosofi sembrerebbe quasi essere cosa da senso comune, sotto gli occhi di tutti; non una qualche preziosa citazione è richiesta a conferma, bensì una più profana eimperia, un’esperienza fatta di osservazione diretta e di un minimo di coscienza giudicante (giusto un minimo, sia mai chiederne troppa!). Senza troppi ostacoli lo spirito dei tempi parla di sé per tramite dell’uomo odierno all’osservatore profano in questione, al più dormiente tra gli svegli. Chi voglia trastullarsi con le etimologie (e c’è chi ama farlo), potrebbe affermare in modo acrobatico che il sub-iectum (ciò che sta sotto) è più che mai sub in quanto si crede super, e un certo superomismo incondizionato e multiforme, dilagante nell’epoca nostra, costituirebbe il fatto evidente nel quale riecheggia il giudizio.

Che tutto ciò intrattenga uno stretto nesso con la democrazia e il pensiero egualitarista è roba quantomai inattuale, e dunque quantomai pericolosa, da maneggiare con cura e previa messa in sicurezza (leggasi: subitanea interpolazione di un provvidenziale “E tuttavia…”). Ciò che invece sembra apparire un po’ meno inattuale, ultimamente, è il gusto del biasimo del sostrato materiale e tecnico di questo discorso, come se prendersela con ciò che sta sotto (di nuovo: il sub-iectum, pane per i denti degli acrobati della parola) fosse legittimo, e la superficie intoccabile. E allora, ecco che l’esecrabile in questione diviene l’apparato delle nuove tecnologie, delle piattaforme sociali e della rete tutta. Umberto Eco conobbe la facile strada per la quale assurgere a vate della modernità nel momento in cui sentenziò che la rete “dà il diritto di parola a legioni di imbecilli”. Che questa sia divenuta una delle frasi più citate degli ultimi anni sembra quasi una barzelletta, l’espressione di un contesto surreale e convulso nel quale il popolo critica il popolo, l’inautentico accusa l’inautentico di inautenticità. Dipanare questo groviglio è un affare complicato, ma i nostri tempi ci hanno abituati alla complicazione che si complica esponenzialmente travestendosi da semplicità.

Ed ecco, ci sembra di vedere l’epoca dei blog in tutto il suo magnifico caos, intriso di un’innocenza tutta postmoderna. Piattaforme nelle quali chiunque può improvvisarsi scrittore o speculare sul tutto, e la prima persona è un diritto incondizionato e guai a chi la tocca; sinistri tuttologi si aggirano per l’etere, atteggiandosi ad oracoli abbordabili. E cosa fuoriesce da queste sapientissime bocche? Esattamente la critica inconsapevole allo stesso contesto che li ha generati. Tutti sono giudici di tutti, il tribunale della ragione è stato livellato al suolo e la giuria congedata, mentre il giudice è rimasto. Il dettaglio tralasciato dai nostri tempi è che nella metafora kantiana giudicante e giudicato coincidevano; oggi, invece, la ragione dimezzata trascina la propria sagoma caricaturale per gli infiniti e inconcludenti corridoi di questo tribunale senza entrata e senza sbocco, nel quale tutti si affanano senza riposo. È il ritmo dei tempi che lo impone, ma l’uomo dei tempi sembrerebbe essere superbamente attratto da essi, mentre al contempo fa mostra di rinnegarli. Più che il supremo giudice che vorrebbe essere, egli sembrerebbe piuttosto – neanche a farlo apposta – il paradigma del perfetto imputato.