All’inizio degli anni Sessanta (storica epoca di caldo fermento dal punto di vista sociale e culturale) sorgeva, in Italia, una élite intellettuale di impostazione tendenzialmente neo-marxista, ma, tuttavia, profondamente slegata dal grande blocco socialista sovietico: erano i cosiddetti “operaisti”. I maggiori esponenti di questo movimento intellettuale – che poneva alle basi del proprio operare teorico l’idea secondo la quale la classe operaia fosse il vero motore della società – erano intellettuali d’alto profilo come Mario Tronti, Alberto Asor Rosa, Massimo Cacciari, Raniero Panzieri e molti altri. Nel 1961, alcuni tra questi intellettuali, venne pubblicata la prima edizione dei cosiddetti “Quaderni rossi” (rivista d’approfondimento ed analisi culturale e sociale, in ispirazione alla quale, successivamente, sorgerà l’altra rivista dell’estrema sinistra contestatrice del tempo: Lotta operaia, all’interno della quale si sviluppavano riflessioni intorno alle strutture sociali del tempo ed, in particolare, a tesi tipiche della sinistra neo-marxista. La rivista manterrà la propria attività fino al 1965. Le riflessioni principalmente sviluppate all’interno di questi contributi di pensiero si delineavano a partire dalle istanze, dalle azioni ed anche dai “tormentoni” ideologici del pensiero filosofico neo-marxiano del tempo, approfondendo temi importanti quali la “Lotta di classe”, i rapporti tra classe lavoratrice e capitalista, le strutture dei sistemi liberisti governati dalla libertà di mercato, attivismo militante politico, sistema consumista e produttivo in generale, ecc…

Ma, ciò che si deve evidenziare é che indubbiamente questo nuovo movimento intellettuale, questa nuova linea interpretativa del pensiero classico della sinistra (che si presentava come punto di rottura, per molti aspetti, rispetto alle logiche e derive pratiche delle espressioni politiche della sinistra reale), generò un nuovo approccio logico a queste profonde tematiche, animandosi, partendo da un contesto sociale e fenomeni psicologici ben precisi. La società dei consumi stava divenendo sempre più marcata, il mito della produzione e della ripresa economica (dopo la profonda depressione dell’immediato dopoguerra) e le conseguenti bramosie liberiste stavano occupando ogni area della vita umana ed i diritti sociali degli individui singoli e dei lavoratori erano ancora un faro di lontane speranze.  Il mondo operaio si preparava, in quegli anni, ad uno tra i fenomeni di protesta collettiva, di mobilitazione attiva contro il capitale, di rivendicazione della dignità degli uomini (in molti ambiti sociali ancora un valore del tutto assenti). I rapporti di potere iniziavano a vacillare, ad essere sempre meno scontati e sempre più discutibili. Il movimento operaista non faceva altro che assorbire il manifestarsi sociale della classe che si pose realmente come motore della storia. Perché la storia insegna che, molto spesso, sono le rivendicazioni e le opposizioni interiori degli sfruttati, degli oppressi, a generare i più nobili cambiamenti. Nel corso dei decenni, dopo l’apoteosi di questo esplodere di proteste e di attivismi politici (il movimento del Sessantotto), i rapporti reali tra le parti sociali hanno assunto forme sempre più differenti: il benessere economico e lo spegnimento di questi pulsionali impulsi hanno caratterizzato il corso futuro del mondo post-anni Settanta. La classe operaia, di fatto, ha ottenuto sempre più diritti e poteri (rispettando quel marxiano principio “operaista”, della classe operaia intesa come motore della società), ma, di fatto, le forme dei rapporti sociali sono rimaste invariate.
Il liberismo non ha mai esalato alcun ultimo respiro, rinforzandosi sempre di più e producendo un effetto degenerato: l’arricchimento progressivo di alcune fasce sociali ed il conseguente imborghesimento di alcuni individui appartenenti a queste fasce (individui i quali, spesso ubriacati dalle logiche neo-liberiste, non lottano più per i loro diritti e la loro dignità).

Oggi, invece, specialmente tra le categorie più giovani della società, un nuovo fenomeno sociale serpeggia: quello della precarietà. Chi possiede, oggi, un contratto di lavoro in fabbrica (sebbene abbia ancora molto da rivendicare), non vincolato da scadenze temporali, di certo, vive in una condizione migliore rispetto a chi, popolando questa numerosa categoria sociale, é costretto a subire rapporti di lavoro sempre meno solidi e sempre più latenti, i famosi “precari”. Questi, analizzando la loro condizione umana, sono vittime, infatti, delle stesse identiche coercizione di potere filo-capitalista di cui erano vittime i proletari dipinti da Marx e dagli operaisti italiani, costretti, principalmente, dalla bassa forma di dominio dell’intimidazione e della bassa retribuzione a seguire i dettami sacri delle volontà dei Signori del capitale. I precari, oggi, sono vittime di una tra le più grandi operazioni di annullamento del soggetto, con le sue garanzie e tutele connesse, in quanto ormai non più in grado, a causa proprio della forma di instabilità esistenziale nella quale son costretti a vivere, di dominare e decidere (come sarebbe legittimo) il corso futuro delle proprie esistenze. La classe dei precari, così, come la classe operaia di fine Ottocento, é l’unica classe sociale che, potenzialmente, potrebbe riavviare quel motore storico di rivendicazione delle dignità degli individui spentosi nel corso degli anni, poiché sono gli unici ad avere interesse a sovvertire le trame meschine di quest’ordine sociale, per ottenere maggiori diritti e garanzie sociali. Per questo, al giorno d’oggi (anche se la classe operaia vera e propria mantiene un punto di vitalità sociale fondamentale), l’unica classe sociale in grado di avviare una futura e definitiva rivoluzione civile nei rapporti sociali che garantisca dignità e giustizia ad ogni uomo, é propriamente quella dei precari, capaci – se mossi dalla miseria precaria delle loro condizioni -, di innescare un nuovo processo di sensibilizzazione collettiva, di attivismo puro, di animazione di tutte le classi sociali (profondamente sfruttate, seppur velatamente, dagli abusi del capitale) e di porsi, quindi, come motore della storia.