E se l’uomo stesse per divenire obsoleto? È questa la domanda che si è dovuto porre con forza chi ha visto la puntata di Presa Diretta dal titolo “Il pianeta dei robot”, idealmente ispirata dal libro “Al posto tuo. Così le macchine e i libri ci rubano il lavoro” scritto da Riccardo Staglianò. Ricorda Iacona, in un raro, egregio esempio di quel che deve essere il servizio pubblico, che i radicali cambiamenti dei fondamentali economici non occorrono mai senza causare grandi stravolgimenti nella società. La prima rivoluzione industriale ha sostituito, con l’invenzione delle macchine a vapore, l’energia meccanica dell’uomo a quella delle macchine a vapore. A fine Ottocento, la seconda rivoluzione industriale ha consentito il funzionamento esteso dei nuovi apparecchi elettrici, grazie alla produzione commerciale dell’energia elettrica e dall’uso di nuovi combustibili derivati. A metà Novecento, infine, ha avuto avvio la terza rivoluzione industriale, quella informatica, che a partire dal lavoro di menti geniali come Shannon e Turing dispiega nell’ora presente tutti i suoi effetti, con il crescente fenomeno della disintermediazione ed il conseguente venire meno della figura dei produttori di servizi al dettaglio.

Nel secondo decennio del XXI secolo siamo alle porte della quarta rivoluzione industriale, quella dello smart manufacturing dei robot. Sono decine di miliardi gli euro che in tutto il mondo le multinazionali investono nella ricerca sull’intelligenza artificiale. In Italia, già oggi, esistono strutture pubbliche o a servizio della pubblica amministrazione dove si usano i robot. Nell’ospedale pubblico Morgagni di Forlì, oggi, parte del lavoro dei portantini è svolto da 8 robotini, che hanno così sostituito un totale di 24 operatori. Massimiliano Mazzotti, uno dei titolari della società che gestisce il Magazzino Unico dell’Ausl della Romagna, ha dichiarato che a seguito dell’accorpamento dell’AUSL emiliane invece di assumere circa 120 persone ha investito 4 milioni di euro in tecnologia. In Cina all’aumento delle richieste salariali degli operai, nel distretto industriale di Kunshan, nella provincia del Jiangsu (la prima a raggiungere il reddito pro-capite di 4mila dollari), la Foxconn ha optato per la scelta radicale di sostituire 60mila tute blu con i robot dimezzando così l’impiego di risorse umane. Grazie alla tecnologia la produttività delle imprese è aumentata, a differenza del reddito dei lavoratori: una netta contrazione delle paghe, unita alla automatizzazione dei processi produttivi, comporta la pericolosa e infame dinamica della scomparsa progressiva della classe media.

Non finisce qui. Il lavoro dei colletti bianchi sparirà, o quantomeno verrà fortemente ridimensionata la componente umana. Sta per essere introdotto per la prima volta in un grande studio italiano di avvocati ROSS, il software in grado di svolgere il lavoro di sei avvocati al costo di uno stagista, e presto simile sorte toccherà ai radiologi grazie, o a causa, del software Watson dell’IBM. Secondo alcuni studiosi dell’Università di Oxford, il 47% dei posti di lavoro sarà spazzato via dalla innovazione tecnologica dell’automazione nel giro di dieci-venti anni. È così che si fa più pressante il problema della ridistribuzione della ricchezza, che in Svizzera ha già portato alla promozione del poi bocciato referendum sul reddito di cittadinanza. Ad essere preoccupati sono in primis i tecnici specializzati, come il professore del MIT Andrew McAfee. I numeri sono inquietanti: la General Motors con una capitalizzazione in borsa di 50 miliardi di dollari impiegava 350mila dipendenti, oggi Twitter ne occupa poco più di tremila con una capitalizzazione di borsa di 30miliardi.

Gli avveniristici Motorola di Michael Douglas in Wall Street sono oggi, a distanza di trent’anni, archeologia industriale e farebbero sorridere per la loro arretratezza finanche un bambino. Non si può dunque ritenere peregrino che conciliare il benessere collettivo con gli stravolgimenti che le rivoluzioni tecnologiche stanno introducendo sia la grande domanda del futuro.