Scoprire che un Paese considerato, almeno secondo i dettami classici della modernità, evoluto e civile come l’Inghilterra, starebbe per spalancare le porte all’eugenetica non ci meraviglia più di tanto. Il fatto che a Newcastle, verso la fine del 2017, possano nascere bambini con corredo genetico di tre genitori non ci pone più nessun dilemma di carattere etico, scientifico, politico o religioso. O meglio; non mancano lunghi articoli e prese di posizioni su temi di questo genere, di per sé rilevanti e ingarbugliati, ma pur toccando l’odierno concetto di progresso, la consistenza più o meno sulfurea della moderna ὕβϱις, l’idea di una umanità al tramonto e cose del genere, il discorso pubblico sembra però sempre rientrare in una confusa logica che confonde quotidiano chiacchiericcio e cosiddetti temi fondanti, questioni morali miste a dibattito dozzinale. Siamo dunque all’assuefazione del Leviatano, al superficiale che diventa unico terreno di scontro dialettico. Ciò accade per tutta una serie di elementi che possiedono come piattaforma argomentativa l’adattamento supino da parte dell’uomo moderno nei confronti di una trionfante (ed inconfutabile) idea di progresso tecnologico. Infatti, seppur consapevoli dei guasti e di non pochi deficit ad esso correlati, siamo sempre pronti a rimuoverli per far spazio alle magnifiche sorti e progressive; a tutti quei prodotti o strumenti che caratterizzano il benessere economico, la sicurezza e i comfort di ogni tipo. Assuefazione liminare all’arrendevolezza ma che sottende anche il fatto che siamo di fronte ad un dibattito che trascende i secoli e che perciò sembra oramai imbottigliarsi lungo una definitiva e finale narrazione di una Tecnica quale strumento di sublimazione dell’uomo totale. La questione è invece più intricata. Oswald Spengler fu tra i primi ad impostare un discorso filosofico su di essa comprendendone soprattutto taluni recenti viluppi. Prima ancora di Heidegger e Benjamin, e quasi in contemporanea con Jünger, incentrò la riflessione su di essa traendone spunti tuttora originali.

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Oswald Spengler

Non che la filosofia fosse fino ad allora lacunosa o distratta rispetto ad un tema gigantesco come questo. Nei secoli precedenti il rapporto tra scienza e politica, etica e progresso, fu campo d’azione dei maggiori pensatori che però scontavano il fatto di vivere in epoche in cui le loro asserzioni avevano il sapore profetico e quindi rimanevano chiuse nel campo dell’esercizio filosofico o teologico. Spengler è forse il primo che mette mano ad un tema dirompente e lancinante dandogli il respiro ampio che meritava ma avendo davanti la realtà progressiva e crescente di un tempo come il suo che già dispiegava o faceva immaginare in ogni suo contorno tutto il potenziale della moderna tecnica. Dopo di lui, come detto, la filosofia del Novecento, in maniera diretta o indiretta sarà costretta a fare i conti con la Tecnica. Ma Spengler individua il percorso e delinea il destino preconizzando non tanto l’inizio della decadenza (la pietra rotolante si appressa, con furiosi balzi, all’abisso) ma la nuova forma totalizzante di una epoca dove l’eternità entra nella Storia. Un tempo dunque senza l’idea classica di Storia ma dove il tutto si confonde nell’uno, e l’umano e la macchina, la natura e il corpo si fondono quasi a rappresentare una immagine formalmente statica dell’eternità. Nel suo L’uomo e la tecnica, ora riproposto da Aragno (p.114, euro 12) con introduzione di Giuseppe Raciti, la domanda fondamentale del XX Secolo (ed anche del nostro) è la stessa che accompagnerà la disquisizione filosofica di tanti:

Che significa tecnica? Quale è il suo senso nella storia, quale il suo valore nella vita dell’uomo, quale il suo posto morale o metafisico?

Ma soprattutto qual è il posto della tecnica nella metafisica occidentale? Ma se nel tramonto dell’Occidente rappresenta la insana pianta da cui prende linfa la decadenza, il male più pericoloso e deleterio, ora invece Spengler la legge nel suo quadro collettivo di motrice della Storia. La tecnica, infatti, non è più parte della Kultur o della Zivilitation, ma è qualcosa andato oltre. E dopo il Tramonto, capisce che ciò che unifica la vita nel suo compiersi non è la Storia ma proprio la Tecnica chiarendo appunto che per intendere l’essenza dell’elemento tecnico, non si deve partire dalla tecnica delle macchine, e tanto meno dalla fallace idea che la costruzione di macchine e utensili sia lo scopo della tecnica. In realtà, la tecnica è antichissima. Non è nulla di storicamente speciale, ma è cosa enormemente generale. Spengler aveva intuito che la Tecnica era parte di noi. Era strumento e purtroppo anche destino.