La scorsa settimana ho terminato il mio articolo con questa frase: «Nella speranza che l’uomo possa ritrovare se stesso e riscoprire ciò che di bello vive sulla Terra». Mentre scrivevo queste parole, già pensavo alla stesura di un nuovo pezzo che incentrasse l’attenzione sul termine “bello”. Spesso, infatti, si associa la Bellezza ad una dimensione puramente estetica, ad una questione di gusto o anche solamente fisica. La realtà è ben diversa. Già gli antichi greci parlavano di καλὸς καὶ ἀγαθός (“bello e buono”), considerando questa formula come l’ideale di perfezione umana a cui tendere, in cui il bello viene associato alla morale umana e viceversa. Fin dalle origini della società europea, allora, la Bellezza, lungi dall’essere un ornamento o una moda, ha a che fare direttamente con una dimensione est-etica, intrinsecamente legata a quella politica e culturale.

Data questa premessa, è possibile comprendere al meglio le parole di Elémire Zolla: «L’industriale è stato il primo uomo nella storia a preferire il brutto al bello. Dove ha steso la sua mano ha distrutto l’arte. Il suo occhio è non soltanto ottuso, ma anche malefico». Se, infatti, il bello è strettamente connesso al buono, il suo contrario, il brutto, non può che essere connesso al male. E quale società, in tutta la storia europea, ha preferito in maniera netta la bruttezza alla bellezza? Sicuramente, quella moderna, industriale e materialista, che nel corso dei secoli ha persino accentuato questo processo, ereditando dall’american way of life, un vero e proprio “mito” del brutto quotidiano, dall’alimentazione (fast food) all’arte (da Jeff Koons al suo collega britannico Damien Hirst). Non è un caso che la bruttezza generalizzata abbia dato vita a grandi ingiustizie morali e politiche, nei confronti degli altri esseri umani e del Pianeta. Facendo riferimento agli esempi appena citati, i fast food sono i maggiori responsabili dell’inquinamento della Terra e dell’obesità tra gli uomini, mentre Hirst è riuscito a vendere il suo The Physical Impossibility of the Death in the Mind of Someone Living (ovvero uno squalo posto in formaldeide dentro una vetrina) a dodici milioni di dollari (!), mentre parte della popolazione umana non ha da mangiare e gli squali sono in via di estinzione. Insomma, al binomio brutto-cattivo, si lega conseguenzialmente anche un altro elemento caratteristico della post-modernità: la follia dilagante.

Per uscire da questo pozzo senza fondo, dove ogni giorno che passa assistiamo a scenari sempre più degradati e degradanti, si deve fare appello alla Bellezza, nel senso est-etico descritto in precedenza. Ma, parafrasando il romanzo di Dostoevskij, quale bellezza salverà il mondo? La prima risposta, quella più evidente, risiede nell’arte. Tuttavia, come sostiene Theodor Adorno nella sua Teoria Estetica, gli artisti moderni hanno rinunciato al bello per amore del bello: come è possibile, del resto, rappresentare la Bellezza nel secolo dell’orrore? Ribaltando la posizione di Lukács, Adorno crede che attraverso le opere d’arte sia possibile comprendere la realtà. In questo senso, non possiamo aspettarci di trovare conciliazione ed armonia nelle opere artistiche, nel secolo delle guerre mondiali, dei totalitarismi e dell’industria culturale nascente. Senza entrare troppo nel merito di questo meraviglioso tentativo di teoria oggettiva dell’arte, Adorno vede in Beckett il suo modello ideale di artista contemporaneo, poiché egli è in grado di dare testimonianza esemplarmente della discordia e del non senso che abitano il mondo, dopo che “gli dei lo hanno abbandonato”. I veri artisti moderni devono tendere alla Totalità, pur rimanendo coscienti che non potranno mai raggiungerla, almeno non oggi. Arriverà il giorno, però, in cui a questi “artisti del fallimento” (Beckett) la Bellezza si mostrerà nuovamente. In questa dimensione, definita “utopica” poiché non perseguibile volontariamente, tutta l’umanità ritroverà il Senso, sino a quel momento perduto.

Tuttavia, lasciando da parte il novecento e la Teoria Estetica, c’è una seconda risposta, alla quale gli esseri umani possono attingere, per non farsi schiacciare dal peso del brutto e del male: la Natura. Se è vero che, come sostengono sia Adorno sia Lukács seppur in maniera diversa, l’arte è intrinsecamente legata alla realtà sociale, questo non vale affatto per la nostra Madre Terra: essa, infatti, è preesistente al nostro mondo e per questo è in grado di indicarci costantemente il cammino, indipendentemente dagli scenari umani. Basta ascoltarla. La Natura ci mostra un percorso armonioso ed organico, all’interno di una dimensione est-etica con forti ripercussioni sociali, dove il bello e il buono si relazionano in maniera indissolubile, proprio come il modello della società greca classica. Così si è espresso James Hillman nella sua Politica della bellezza: «Le accanite lotte politiche e le argomentazioni tecniche sulla «natura», sull’inquinamento, sull’energia e simili, hanno ragioni che non sono solamente ecologiche, che non sono basate soltanto su considerazioni legate alla biosfera, ma anche su ragioni estetiche profonde, dovute alla necessità che ha l’anima di bellezza». Nella Natura, la Bellezza rigenera quella dimensione attiva e vitale che le è propria. Di fatto, il bello, anche per il suo legame con il buono, agisce con forti ripercussioni sulla realtà, rivelando l’esistenza di una vera e propria est-etica dell’azione. Per usare le parole di Yukio Mishima: «L’azione equivale ad una forza che si avventa su un obiettivo formando un luogo geometrico, e può essere bella come la corsa di un cervo, che è assolutamente ignaro della propria grazia». Buona, naturale e attiva: è questa la Bellezza che salverà il mondo!