di Artin Bassiri Tabrizi

Se si analizzano gli scritti di Ivan Illich (1926-2002), si può arrivare a comprendere perché quest’autore sia stato relegato nel dimenticatoio per diversi anni : la sua forza, la sua capacità dirompente è rivolta verso le istituzioni, i depositi congestionati che continuano a perdurare sotto i nostri occhi, indomiti. Leggendo la prefazione di Franco La Cecla al libro di David Cayley Conversazioni con Ivan Illich. Un archeologo della modernità, comprendiamo bene che, sebbene questo autore abbia avuto un migliore riscontro negli altri paesi e nelle altre lingue, in Italia non ha mai saputo diffondersi. Perché? Innanzitutto, negli anni ’70, Illich venne introdotto nella cultura italiana grazie all’amico Giulio Alfredo Maccacaro, medico italiano che lo promosse attraverso la sua rivista Sapere (prima rivista di divulgazione scientifica in Italia) ; quando questo morì improvvisamente, le edizioni che pubblicarono i lavori di Illich non seppero riscuotere apprezzamento dagli intellettuali italiani, che non sapevano collocarlo nelle ideologie di quegli anni ; i marxisti lo guardavano con sospetto poiché <critico della modernità> ; i cattolici, allo stesso modo, non sapevano interpretare cosa quest’uomo, che aveva così inaspettatamente abbandonato il sacerdozio, dopo vari contrasti con il Vaticano. Illich, dopotutto, con le sue affermazioni metteva in dubbio il valore del lavoro, proponeva una disoccupazione creativa, negava le funzioni sociali dell’istruzione : era dunque molto difficile da avvicinare, intellettualmente. La cosa peggiore che si può fare con un pensiero così originale e denso è quella di tentare di ascriverlo in una corrente di pensiero pre-esistente ; bisogna, invece, leggere Illich per com’è, tenendo come punto fermo solamente la sua continua pretesa di ricerca senza fine, di studio dettagliato che non si arresta mai.

Una delle opere più controverse di Illich è : Descolarizzare la società. Questo testo, pubblicato nel 1971, si oppone fortemente all’istituzione della scuola obbligatoria, in quanto essa non può più mantenere le sue promesse. Sebbene il libro sia diretto alla società americana del tempo, possiamo trarne anche noi conseguenze veraci.

Innanzitutto, da un punto di vista economico, bisogna rendersi conto che la scuola obbligatoria eguale per tutti è inattuabile ; d’altronde, l’investimento economico non comporta automaticamente l’aumento dell’istruzione, come dicono le statistiche che Illich riporta. Il bambino povero, poi, raramente ha la possibilità di competere con il ricco, in quanto questo non dispone delle occasioni didattiche normalmente a disposizione del bambino medio borghese : dai libri in casa fino ai viaggi durante le vacanze, il ricco ha molte più probabilità di ampliare le conoscenze impartitegli a scuola.  Lo studente ricco, in sintesi, non dipende dalla scuola ; il povero, invece, sì. Insomma, che l’istruzione sia finanziata economicamente la trasforma in un bene che polarizza la società e il divarico già esistente tra poveri e ricchi, mentre essa dovrebbe, all’opposto, demolire questa divisione.

Un’altra illusione della scolarizzazione è quella della sua parvenza di giustizia

“La scuola non favorisce né l’apprendimento né la giustizia, perché gli educatori insistono a mettere nello stesso sacco l’istruzione e i diplomi.”

 Per Illich è questo il grave malessere che la scuola diffonde nella società : la confusione tra istruzione e ruolo sociale. Lo scopo dell’istruzione era quello di assegnare ad ogni individuo eguali possibilità di accedere a qualsiasi mansione, essa avrebbe dovuto separare l’assegnazione del ruolo dalla storia personale. Tuttavia, il processo che avviene è esattamente l’opposto : la scuola monopolizza, ritualizza, discrimina in base ai titoli di studio .

Il Cursus honorum che la scuola prospetta dipende esclusivamente dai risultati raggiunti ; chi non ce la fa, è un fallito.  L’escalation porta al successo. Ciò che bisogna contestare, in primo luogo, è che la scuola sia l’unico posto dove sia possibile insegnare ai bambini :

  “Crescere nella condizione di bambino significa essere condannati ad un conflitto disumano tra la propria coscienza di sé e il ruolo imposto da una società che sta attraversando la propria età scolare.”

 Il fatto che tutti noi pensiamo che i bambini hanno bisogno della scuola è a sua volta un prodotto della scuola; la maggior parte delle cose che s’imparano nel corso dell’esistenza, lo sono al di fuori del periodo scolastico : è fuori dalla scuola che ognuno impara a vivere. Gran parte della popolazione del pianeta non ha, in effetti, mai messo piede in una scuola ; eppure recepisce egualmente bene il suo messaggio : che, essendone esclusi, sono dei cittadini di categoria inferiore. La scuola toglie ai poveri – coloro che non hanno possibilità di pagare le tasse scolastiche – il rispetto per se stessi ; nel mondo capitalistico di sfruttamento e indifferenza  verso l’altro, anche la scuola, che doveva essere principio di libertà mentale, è divenuta portavoce del sistema. L’università al tempo era una comunità d’indagine intellettuale, una zona franca destinata al dibattito ; dagli anni ’70, dopo lo Sputnik, in America l’obbiettivo delle università è formare lo stesso numero di laureati di quelli russi (ex sovietici), in Germania si abbandonano le vecchie tradizioni accademiche per mettersi alla pari con gli americani. Le nazioni vedono gli studenti come un fattore chiave del loro sviluppo : essi sono diventati merci.

  “Quanta più istruzione un individuo consuma, tanto maggiore è il <patrimonio di sapere> che acquista e tanto più in alto egli sale nella gerarchia dei capitalisti di sapere.”

 L’insegnante, poi, ricrea attraverso la sua figura un ambiente sacro : è attraverso la sua autorità, attraverso l’aura di rispetto di cui è rivestito che il “recinto sacro” che è la scuola funziona.

L’antropologo Max Gluckman, stimatissimo da Illich, affermava che un rituale è una forma di comportamento che rende ciechi coloro che vi prendono parte, in relazione al divario esistente tra lo scopo per cui eseguono il rituale stesso (per esempio la danza della pioggia) e le conseguenze sociali che quel rituale ha. La scolarizzazione è quindi quel rituale che ci fa credere che l’apprendimento può essere diviso in parti, che può essere quantificato, e soprattutto che questo è un bene che va consumato. Chi non collabora, cioè chi non consuma, non è un uomo moderno.

 “[La scolarizzazione] E’ un investimento di capitale, ma è anche una forma di controllo sociale, di stratificazione, è la creazione di una società di classe […] con un  numero sempre maggiore di emarginati quanto più si sale.”

 Per Illich è possibile una rivoluzione, una nuova visione dell’insegnamento e dell’apprendimento. Bisogna, in tal senso, recuperare la responsabilità di ciò che si insegna o di ciò che s’impara ; la descolarizzazione è un rinnovamento culturale, è il recupero della libertà, che gli individui hanno, di apprendere e insegnare al di là dell’istituzionalizzazione come lavoro dell’insegnamento stesso. Dopotutto, questa rivoluzione mentale porterebbe a quella che Illich chiama la Convivialità (nome, per altro, di un’opera importantissima dell’autore) : un mondo in cui ognuno possa essere ascoltato, nel quale nessuno sia obbligato a limitare la creatività altrui, dove ciascuno abbia uguale potere di modellare l’ambiente che a sua volta poi determina i desideri e le necessità.