“Gl’Italiani hanno voluto far un’Italia nuova, e loro rimanere gl’Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; […] pensano a riformare l’Italia, e nessuno s’accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro”.

Così scriveva Massimo d’Azeglio nel 1866, nell’opera I Miei Ricordi. Con sapiente maestria, D’Azeglio concentra in poche righe il complicatissimo esito del Risorgimento, da lui auspicato e favorito, manifestando al contempo una non velata forma di pessimismo nei confronti del divenuto popolo Italiano. 149 anni dopo, potremmo dire che la vena pessimista era giustificata. Oggi, che le riforme sono divenute un’esigenza costante, un nuovo mantra politico, nessuno ha intenzione di riformare, prima che lo Stato, gli italiani. D’altronde, per farlo, ci vuole uno sforzo titanico, un sommovimento di cose e di persone, una rivoluzione. Come affermava Durkheim, è negli istanti rivoluzionari che la società diviene effervescente, viene abbattuto l’individualismo in favore d’un sentimento collettivo forte, capace di creare possenti ideologie, le quali edificano, grazie al contributo della pluralità, nuove e più alte forme di istituzioni sociali.

E’ con la rivoluzione che il popolo prende coscienza di sé ed entra attivamente nella vita politica dei grandi Stati moderni. La via con cui tutto questo è avvenuto, ovviamente, è difforme e varia in base alle specifiche realtà locali. Nonostante ciò, rimane il comune denominatore della rivoluzione come momento creatore, come primo avvenimento collettivo di varie classi fuse finalmente in un unicuum nazionale. In Italia, non è mai accaduto un fatto simile: la Storia del nostro paese annovera numerosissime rivolte, spesso scaturite dalla fame e dalla miseria, ma mai una vera rivoluzione. Al massimo, le abbiamo importate, come quella Industriale, o subite, come quella Francese, o ancora, sognato d’imitarle, come quella Bolscevica. Questo ha inciso in profondità nella mentalità e nelle abitudini politiche degli italiani: non avendo mai avuto opportunità, almeno per un istante, di avere in mano le leve del potere e del cambiamento, ci si è progressivamente allontanati e separati dallo Stato e da tutto ciò che esso rappresenta. Seppur capace di esprimere rivoluzionari di statura mondiale, come Mazzini, Garibaldi, Malatesta, Bombacci, l’Italiano non ha mai avuto la forza, prima che la volontà, di agire in senso rivoluzionario. Il tengo famiglia e il tirare a campare sono stati il capolavoro di intere generazioni di classi dirigenti reazionarie e imbelli, capaci di imbonire moltitudini di operai, contadini, piccolo borghesi con i discutibili valori della rispettabilità e del modesto guadagno. In tal modo, soltanto nel 1919-1921 e nel 1946-1948 fu possibile ridiscutere radicalmente l’assetto istituzionale e sociale. Si badi bene, culturalmente l’Italia produce avanguardie notevolissime, su cui brilla il Futurismo: ma la nazione ne rimane sostanzialmente estranea. Le masse sono invece protagoniste negli anni del Primo e del Secondo Dopoguerra: soltanto i conflitti mondiali, con la loro indicibile violenza e distruzione, riescono a coinvolgere in prima persona gli italiani, da Trento a Ragusa. La vittoria mutilata nella Grande Guerra e il Biennio Rosso favorirono l’avvento del Fascismo, definita correttamente Rivoluzione da Mussolini, per ciò che, in vent’anni, nel bene e nel male, apportò al Paese. La sconfitta e il dramma della Seconda Guerra Mondiale, la lotta partigiana e la Guerra Fredda, comportarono, invece, la nascita della Repubblica e la promulgazione d’una splendida Carta Costituzionale (in ispecie per quanto riguarda i diritti sociali).

Da lì in poi, il nulla. L’onda lunga dell’entusiasmo repubblicano si infrange, tragicamente, negli anni di piombo. Le battaglie di civiltà degli anni Settanta segnano l’ultimo spasimo rivoluzionario: il benessere assorbe il dissenso, producendo in cambio edonisti disimpegnati e gaudenti. La DC e la partitocrazia accontentano tutti, venendo ricambiati nell’urna in un do ut des che agli italiani va benissimo, almeno fino al 1992, quando salgono sul carro della falsa rivoluzione Dipietrista. Terminata l’epoca d’oro della Prima Repubblica, tramontato il ventennio Berlusconiano, rimane un popolo in via di impoverimento, autorazzista, santo e volgare, geniale e ignorante, incapace d’essere banale e ordinario, animato da quello spirito intraducibile che gli permette di essere servo di due padroni, e di fregarli entrambi rimanendo fregato. Purché si mangi, va tutto bene. Le scorte, però, con l’aria che tira si esauriranno presto.