Il monoteismo non è il politeismo. Questa è un’ovvietà. Da quando si cominciano a studiare l’Antico Egitto o l’Antica Grecia ci si accorge della complessità che compone il pantheon delle religioni politeiste rispetto alla teologia monoteista. I monoteismi sono le religioni che adorano un solo dio, i politeismi ne hanno di più. Il precedente assunto è sicuramente vero, ma è una spiegazione teologica che poco può aiutare con le problematiche contemporanee. “L’Islam è compatibile con la democrazia?” è una delle domande più ricorrenti di oggi. Non si troveranno risposte ponendosi il problema esclusivamente in termini teologici, ma bisognerà riflettere in termini storici e antropologici, partendo proprio da alcune considerazioni sulle religioni monoteiste in generale. Le religioni vanno considerate anche sul piano storico in modo più avalutativo possibile (non si discute qui della bontà o meno di nessun aspetto, tantomeno sulla sua “verità”) e, in questo modo, si può capire un tratto fondamentale di tutti i monoteismi: il considerare prioritario il rapporto uomo-dio rispetto a tutti gli altri. Nel politeismo questo non è presente, il pensarlo è una proiezione del nostro ordine culturale sul passato: nel mondo romano, ad esempio, si registrava un primato assoluto del politico sul religioso.

Inconsciamente anche i non credenti oggi hanno un ordine monoteistico per comprendere la realtà, a livello strutturale (si badi bene, questo non significa che tutti in realtà sono credenti). Sul piano pratico, questo si riflette in una gerarchia di tratti culturali al cui apice  vi è sempre la religione. Tradotto in poche parole: una religione monoteista non è compatibile con la democrazia, se questa si pensa nei termini moderni in cui la politica è il codice che decide su tutti gli altri. Ci si chiederà allora come cristianesimo e democrazia possano convivere in Occidente, sembra che quanto detto finora sia una favola. Risposta (con un’altra domanda): il rapporto fra i due è armonico, oppure sono evidenti i segni di una mutilazione dei propri propositi (mancata diffusione capillare del messaggio evangelico, superamento dell’etica religiosa ecc) da un lato e di ingerenze che esulano dalla sfera politica dall’altro? È evidente lo stato perpetuo di dialettica fra religione e politica, vista la loro impossibile convivenza in un sistema unitario e sempre coerente. Un monoteismo non conosce per sua struttura la sottomissione felice a un altro codice. Allarghiamo ora il problema: e se il vero monoteismo occulto fosse quello economico? È l’economia che regola e sottomette tutti gli altri codici, andando a imporsi in ogni ambito con il suo modo di vedere la realtà, perfino nell’istruzione (crediti formativi, debiti a settembre…) e nella politica (fino a diventare unico parametro di riferimento).

Torniamo al nostro tema di partenza. Abbiamo già risposto alla domanda riguardo alla compatibilità fra Islam e democrazia. Il nostro fondamentalismo economico ci ha fatto esportatori di democrazia a suon di bombardamenti in Medio Oriente, non tenendo conto delle problematiche dette. In arabo la religione e lo stile di vita islamici (non quelli di altre religioni, si badi bene) si dicono din. Tale parola, tuttavia, ha un significato più preciso nell’Arabia preislamica. Din è la circoscrizione giudiziaria che fa capo a uno stesso giudice e questo ha molta importanza. In un contesto tribale il giudice era anche legislatore, non avendo strutture legiferanti autonome, e le sue sentenze fungevano da precedenti. Con l’avvento dell’Islam il concetto din viene ripreso e si generalizza (si pensi a Medina), ovvero: i musulmani pensano alla religione come una sentenza giuridica di cui loro si fanno portavoce. Questa correlazione fra religione e giustizia è ancora più esplicito in parole come yawm ad-di-n, il giorno del giudizio. Come ogni altra religione monoteistica, l’Islam non potrà sposarsi felicemente con la democrazia. Ma starà alla capacità politica dei nostri governanti trovare un’intesa dialettica.